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Logos vs Caos a Teatro Eleonora Duse : Spregelburd e il ribaltamento del mito di Cassandra.
di Francesca Lituania
Genova – Dal 17 al 19 dicembre, al Teatro Eleonora Duse di Genova, va in scena Diciassette cavallini, l’opera del drammaturgo e regista argentino Rafael Spregelburd, uno dei più importanti autori-registi internazionali della scena attuale, tradotta da Manuela Cherubini e prodotta dalla Fondazione Teatro Duse. Spregelburd svuota e ricrea il mito di Cassandra usando due paradigmi antitetici, l’apollineo e il dionisiaco: non si tratta di una rilettura del mito, ma di un esperimento teatrale che rompe lo schema della tragedia greca; un esperimento che, come afferma l’autore stesso, tenta di unire il mito, nella sua codifica di narratore degli umani archetipi, alla realtà in cui “le cose viaggiano in tutte le direzioni”. La rappresentazione si snoda in due tempi ossimorici e distinti il cui fil rouge è la figura di Cassandra. La tragedia, che nella tradizione greca è una traiettoria rettilinea e inarrestabile verso la distruzione, in quest’opera diventa l’ermeneutica per comprendere la non linearità e la multiformità del reale. Cassandra, condannata a prevedere catastrofi senza essere creduta, non si nutre di rassegnazione, ma analizza causticamente la propria essenza: sfrutta l’ineluttabile per esplorare l’incomprensibile, cercando di trasformare attivamente una maledizione di incomunicabilità in una strategia di aiuto concreto per sé e per gli altri. Il primo tempo si muove sotto l’egida dell’analisi e del razionalismo: “L’oracolo invertito”, dove il logos è l’assoluto protagonista. Si potrebbe rinominare “anatomia del pensiero”, dove la Cassandra interpretata da Valentina Banci (attrice di grande intensità, già nota per i suoi ruoli nel teatro di ricerca e di prosa) si confronta con il suo psicanalista, interpretato da Roberto Abbati (figura storica della Fondazione Teatro Due e del panorama italiano), conducendo il dialogo verso una dissezione e dissertazione intellettuale che commuta l’analisi in rigore introspettivo. Cassandra non è il relitto del mito, è un’urgenza negata: rivendica la propria chiaroveggenza dinanzi alla scienza che la vuole razionalizzare e annullare. Fa capolino in palcoscenico la Sindrome di Cassandra, teorizzata da Laurie Layton Schapira, che codifica il trauma dell’ostracismo intellettuale e sensoriale, un’alienazione sistematica: l’individuo intercetta ciò che vi è di “sbagliato” nella realtà per vedersi rigettato e alienato dalla società. Ne scaturisce un gaslighting esistenziale che spezza il legame tra l’io e il mondo, precipitando chi ne è la vittima nella somatizzazione e nella depressione. Cassandra rivendica la decodificazione dell’ineludibile mentre l’analista si erge a custode del logos, tentando di ricondurre il dialogo nei parametri della logica: è lo scontro tra l’ordine della scienza e il vaticinio che accetta il caos. Se nel mito greco la tragedia risiedeva nell’ineludibilità del fato, il dramma moderno è l’incapacità relazionale: il dolore nasce dalla solitudine di una verità che, se manifestata, condanna all’esilio sociale e interiore. Cassandra non è soltanto colei che vede il futuro, ma è la metafora dell’uomo di fronte a un mondo complesso, dove la verità è inascoltata e cade nel vuoto. La condanna di Apollo non è più un gesto divino, ma l’incapacità del sistema di credere a ciò che rompe l’ordine costituito. Quando l’analista le chiede di spiegare la sua visione, lei replica: “L’unica cosa che si può veramente prevedere è la casualità”, affermazione che demolisce l’intera impalcatura della psicanalisi basata sull’assunto “una causa per ogni effetto”. Spregelburd ci pone di fronte al paradosso del linguaggio che fallisce, come quando Cassandra esclama: “Le parole sono solo un tentativo di mettere in ordine un’esplosione che è già avvenuta”. La scenografia qui è “intima”: siamo in uno studio con poltrone a conchiglia finto vintage verdi; Cassandra è vestita di verde chiaro, ad interpretare simultaneamente la speranza della rinascita e l’acidità della verità. Il dialogo trascolora sempre più in una dimensione onirica e allucinogena scandita dal numero quarantasette (come la proposizione di Euclide, simbolo di razionalità e intelletto), in cui la realtà si sfalda per farsi visione. In questo teatro della mente, lo psicanalista orchestra una messa in scena metateatrale: due attori rievocano la vita di Cassandra, mediando l’angoscia del mito attraverso una lieve e dissacrante ironia, quasi un grottesco, per stemperare la densità del dramma. A infestare questo spazio appare la figura di Robert Graves, evocata come un fantasma amletico che, attraverso l’effigie di uno studioso di sostanze psicotrope, introduce il prologo ai suoi Miti Greci, avanzando l’ipotesi che la radice stessa del vaticinio risieda nell’uso rituale dei funghi allucinogeni. Ma è alla catarsi del primo atto che si compie la metamorfosi scenografica: un ribaltamento prospettico che frantuma ogni certezza. In un’agnizione folgorante, le identità si invertono: colui che è stato il terapeuta si rivela il paziente, prigioniero della propria ossessione di emendare il mondo dalla ‘Sindrome di Cassandra’. Di contro, Cassandra emerge come la reale depositaria del sapere analitico, mentre lo studioso si palesa quale attore assoldato per fini terapeutici. Questo rovesciamento del reale non è che il sigillo sulla natura multiforme e non lineare dell’esistenza: un labirinto dove la verità non è mai un punto d’arrivo, ma un riflesso multiforme. Il secondo tempo è completamente dionisiaco, intitolato anch’esso Diciassette cavallini (definito da Spregelburd un “incubo surrealista”), passando dal rigore clinico a un “delirio performativo” collettivo. È un gioco d’attori in cui l’ordine tra causa ed effetto è invertito. La scenografia di Alberto Favretto, illuminata dalle luci taglienti di Luca Bronzo, è il catalizzatore per questa disintegrazione, trasformando lo studio in un luogo dove i confini tra ricordo e allucinazione non esistono più: una scena piena di oggetti senza un filo conduttore, un caos primordiale, un negozio di anticaglie, un bazar, un museo, un sexy shop, il tutto unito in un unico corpo scomposto. L’intero cast, che include Laura Cleri (artista versatile e intensa), Davide Gagliardini (attore di grande fisicità), Luca Nucera (noto per l’equilibrio tra dramma e ironia), Massimiliano Sbarsi (volto noto del teatro di repertorio) e Pavel Zelinskiy (la cui cifra è l’eclettismo), si cimenta in ensemble in un gioco folle e coreografico, dove le storie “viaggiano all’indietro”, mescolando gli elementi mitici all’interno di un caos puro. Il delirio, generato dal dio Dioniso, coinvolge contemporaneamente personaggi disparati che recitano un’ecatombe basata su sentimenti ancestrali, con un linguaggio eterogeneo, da citazioni di Čechov all’idioma di strada contemporaneo, inframezzato da riferimenti all’attuale politica, mentre una voce fuori campo continua a parlare, a raccontare i miti greci. Il significato del titolo, Diciassette cavallini, allude ai diciassette soldati che uscivano dal ventre del Cavallo di Troia: un’immagine potente di inganno e di rovina, che per Cassandra fu il più celebre degli avvertimenti ignorati. Il numero diciassette è metafora di disgrazia e superstizione popolare, ma anche sviluppo di altrettanti movimenti scenici che procedono dal futuro al passato. Il mitico cavallo è rappresentato da un’enorme scultura rossa, giocosa e dissacrante. La musica di Alessandro Nidi accompagna il passaggio dal dialogo serrato all’azione fisica, sottolineando stasi e azione mediante suoni che creano spaesamento, mentre i costumi di Giada Masi supportano questa dimensione, oscillando tra il contemporaneo, il demodé e il volgare, restituendo un effetto disordinato e caotico. Il mito di Cassandra è stato affrontato in diverse epoche sempre come specchio della crisi della verità e della ragione. Spregelburd si discosta dalle tradizioni, non focalizzandosi sul destino fatale come Sofocle o Eschilo, sulla ribellione come Euripide o sulla denuncia socio-politica diretta di Szymborska e Wolf, quanto piuttosto sulla disintegrazione del linguaggio teatrale e di un presente “disintermediato”. Il “fulcro centripeto” di questa tragedia rimane l’isolamento comunicativo: Cassandra è lo specchio di ciò che la società non vuole vedere. L’autore ci svela un mondo dove il futuro è già caos, sottolineando nel testo che “prevedere non serve a evitare, serve solo a soffrire più a lungo l’inevitabile”. Rafael Spregelburd assume il doppio ruolo di drammaturgo e regista in questa complessa produzione, la cui poetica è incentrata sul “disagio” e sulla “disintegrazione”. Il suo teatro è spesso associato alla cosiddetta “tetralogia del caos”, un corpus di opere che esplora i fallimenti della ragione e accetta la casualità come motore degli eventi. Con quest’opera, ci invita a un atto di fede nell’incertezza, a lasciare che l’arte, come egli stesso suggerisce, sia il meccanismo per “tentare di comprendere la realtà” anche quando essa non offre risposte. Spregelburd stesso afferma: «Abbiamo un bisogno viscerale, proteico, che ci continuino a raccontare storie. Storie che “riferiscono”, che “sostituiscono” il mondo. E ogni volta che il mondo ci riesce, esplode e si manifesta […] il teatro, la finzione diventano meccanismo per guardare e tentare di comprendere la realtà in cui siamo immersi. La vita». Quest’opera rappresenta un’esperienza intellettualmente stimolante, a tratti criptica e di difficile lettura, piena di tanto , forse di troppo , che rischia a volte di perdere se stessa, o forse volontariamente si smarrisce per dare spazio a un teatro in fieri che, senza coadiuvarsi di ausili tecnologici di nuova generazione, rilancia la sfida al rinnovamento e al libero pensiero.
Teatro Eleonora Duse
Diciassette cavallini
di Rafael Spregelburd
Repliche:
Giovedì 18/12/2025 19:30
Venerdì 19/12/2025 20:30
Produzione
Fondazione Teatro Due
Traduzione
Manuela Cherubini
Regia
Rafael Spregelburd
Interpreti
Roberto Abbati, Valentina Banci, Laura Cleri, Davide Gagliardini, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Pavel Zelinskiy
Musiche
Alessandro Nidi
Scene
Alberto Favretto
Costumi
Giada Masi
Luci
Luca Bronzo
Assistente alla regia
Francesco Lanfranchi
Info e biglietti
telefono 010 5342 720;
e-mail : teatro@teatronazionalegenova.it; biglietti@teatronazionalegenova.it
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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