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Juan Mayorga a Teatro Modena: il Golem siamo noi. La recensione
di Francesca Lituania
GENOVA – L’opera Golem di Juan Mayorga, autore poliedrico con una doppia laurea in Matematica e Filosofia, andata ieri in scena al Teatro Modena, si presenta come un’indagine sul potere della Parola (Lógos) nella società attuale, attingendo dalla tradizione ebraica della Kabbalah e dalla gematria per raccontare la perdita di identità causata dalla manipolazione del linguaggio. La regia di Jacopo Gassmann, al suo quinto confronto con l’opera di Mayorga, tesse una trama misteriosa e corposa di concetti, costruendo un mondo apocalittico dove la malattia diventa aporia della logica. La protagonista, Felicia, cade in un dedalo mentale: per ottenere la promessa di guarigione del marito dal male esistenziale che non gli lascia tregua, cede la sua autonomia comunicativa e, quindi, la sua essenza a un algoritmico “sistema” che la costringe a imparare tre nuove parole al giorno in una lingua che non conosce. In questo scambio, più precisamente un patto, Felicia diventa il Golem della misteriosa organizzazione di cui si confonde la natura, ente di cura e sistema di controllo, vero motore occulto dell’opera. Nella tradizione ebraica, il Gōlem è una creatura di materia informe o grezza alla quale viene infuso lo spirito vitale (nephesh) attraverso la Parola (il Nome di Dio). In scena, Felicia si trasforma nella versione moderna della creatura leggendaria, plasmata attraverso un nuovo vocabolario che ne inibisce fino a distruggerne l’identità originale. Ad accompagnare questa alienazione della personalità, la recitazione è volutamente lenta, quasi ipnotica, creando un ritmo che costringe lo spettatore a una vigile ipnosi. Il pubblico è così spinto a ragionare attivamente per seguire i dialoghi fitti e dal lessico articolato, partecipando allo stesso estenuante processo di distruzione e ricreazione. La volontà dello spettacolo è di dare concretezza alle idee astratte del testo; la direzione di Gassmann, formatosi alla prestigiosa RADA di Londra, declina per una scenografia minimale, neutra e funzionale, curata da Gregorio Zurla, costituita da una serie di pareti vetrate che si aprono a costituire diversi ambienti: caffetteria, camera, sala degli interrogatori, ufficio, biblioteca, tutti ugualmente soffocanti, depersonalizzanti e depersonalizzati. La desolazione spaziale del palcoscenico diventa metafora della solitudine dell’individuo, soffocato dalle troppe informazioni e dalla incapacità di discernere tra vero e falso, tra ciò che le parole intendono comunicare e la reazione che producono. La recitazione di Elena Bucci (attrice e autrice vincitrice di numerosi Premi Ubu), Monica Piseddu (con una vasta esperienza e diverse collaborazioni da Cirillo a Latella) e Francesco Sferrazza Papa, tra misura, esasperazione, rassegnazione, ossessione e annichilimento, trascinano lo spettatore nella complessità del testo, nel vortice della continua attesa di una risposta e di un finale che non arriverà, perché il linguaggio non è un mezzo ma è l’azione stessa. I fasci di luci di Gianni Staropoli (pluripremiato Ubu) si fanno materia fisica all’interno dello spazio vuoto; sono sorveglianti occulti che contribuiscono allo straniamento percettivo, mentre le video-installazioni di Lorenzo Letizia diventano il grande fratello che manipola la comunicazione frammentando i ricordi. Per uscire da questo Matrix occorre fare cinque, arrivare al soffio di vita, al divino, passando per la trascendenza che unifica: “Se si tratta di parole non può essere pericoloso”, “Se si tratta di parole può essere molto pericoloso”. Mayorga definisce il suo come un “teatro dell’immaginazione” che spinge lo spettatore al ragionamento: Il Golem siamo noi individui contemporanei plasmati, “senza forma” e “senza parole proprie”, da poteri che manipolano la realtà per i propri fini. Il fulcro dell’opera è l’analisi cruda del potere della Parola nella società contemporanea dove le informazioni perdono significato creando un’ amnesia linguistica: cosa vuole significare – l’intenzione – ma cosa effettivamente fa – la verità –, per giungere alla massima che la verità “nasce dove l’intenzione muore”. Il testo è una critica feroce alla perdita di significato: le parole di per sé salvifiche sono state degradate e svilite per creare populismo e incomunicabilità. Juan Mayorga Ruano (Madrid, 1965) è uno dei drammaturghi più importanti del panorama attuale (Premio Europa Realtà Teatrali, 2016); le sue opere, tradotte e rappresentate in tutto il mondo (come Himmelweg, La tartaruga di Darwin, Il ragazzo dell’ultimo banco), affrontano temi etici e filosofici, dall’Olocausto al lato oscuro dell’uomo, alla manipolazione del potere. Il Golem di Mayorga si conferma come un’opera di difficile rappresentazione e di livello intellettuale elevato che ci denuncia come servitori del potere che fa di noi vittime e carnefici attraverso la manipolazione del linguaggio.
Il Golem di Gassmann è in replica domani alle ore 16 al Teatro Modena. Biglietti su www.teatronazioanalegenova.it
Produzione
Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Sardegna Teatro, Teatro Stabile dell’Umbria
Traduzione
Pino Tierno
Regia
Jacopo Gassmann
Interpreti
Elena Bucci, Monica Piseddu, Francesco Sferrazza Papa
Disegno luci
Gianni Staropoli
Scene e costumi
Gregorio Zurla
Video
Lorenzo Letizia
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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