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Fiamme, incudini e chiaroscuri lunari: la fucina sonora di Verdi travolge il Carlo Felice. La Recensione
Di Francesca Lituania
Ieri sera, al Teatro Carlo Felice, è andata in scena l’opera Il Trovatore, capolavoro di Giuseppe Verdi. È l’opera della mezzanotte, del fuoco, della vendetta e delle quattro voci; tanto che Caruso (o Toscanini) disse: “Cantare Il Trovatore è molto semplice: bastano i quattro migliori cantanti del mondo”. Scrivere di un’opera così radicata nella memoria collettiva incute un timore quasi sacro: il rischio è quello di scivolare nel manierismo o, peggio, in quella leziosità formale che finisce per annoiare. Eppure, si avverte un senso
di familiarità ritrovata nel tornare su un’opera mundi: assistere alla sua rinascita scenica permette di scorgere sfumature nuove in una risonanza che ci abita da sempre, affiorando alla coscienza come
un’eco che credevamo di aver dimenticato, ma che portavamo già dentro. È come riscoprire il “Do di petto”: una nota non scritta, paradosso assoluto della storia della musica, che Verdi non compose mai
ma che il tenore Enrico Tamberlick trasformò nello zenit dell’opera ottenendo dal Maestro il celebre assenso: “Purché sia bello!”. Quel grido di “All’armi” è divenuto un drop liberatorio che attraversa il tempo, dal Risorgimento al cinema dei Marx e di Visconti. Fin dalla prima al Teatro Apollo di Roma nel 1853, gli spettatori tornavano a casa canticchiando le arie come se fossero la colonna sonora della propria emotività; una scena che si è ripetuta ieri sera fuori dal Carlo Felice, a testimonianza di una forza melodica che non invecchia. Questa istintività, che oggi ritroviamo nelle citazioni pop o nell’ironia di Frankenstein Junior con il “Sempre libera” della Traviata, fa di Verdi il primo vero creatore di “hit” globali: melodie dall’emotività così possente che la platea ne percepisce la direzione alla prima battuta, precorrendo con il cuore lo spartito. Nel Trovatore, paradossalmente, si sa già come andrà a finire fin
dalle prime note; la tragedia è scritta nel sangue di un passato che non concede scampo e, per questo, lo stupore non nasce dal colpo di scena narrativo, ma dalla folgorante descrizione musicale degli eventi:
è il “come” Verdi scolpisce il dolore a lasciare senza fiato, non il “cosa” accade. La produzione della Fondazione Carlo Felice ha onorato questo linguaggio fin dal preludio, quell’allarme sonoro che anticipa
il racconto horror di Ferrando. L’orchestra, diretta da Gianpaolo Bisanti con precisione chirurgica e profonda conoscenza del repertorio verdiano e pucciniano, si è trasformata in una fucina del suono che
fonde ottoni e archi. Questa immagine si riflette nelle incudini battute in scena, dove il ritmo del lavoro alimenta l’incandescenza portando la tensione al punto di fusione: il genio di Busseto spinge così le forme tradizionali al massimo dell’espressione per disarticolarle definitivamente.
Il cast vocale ha emozionato la platea affrontando partiture scritte per voci “estreme”. Fabio Sartori (Manrico) ha incarnato il tenore di forza richiesto da Verdi, capace di plasmare la propria vocalità per passare dallo squillo eroico alla dolcezza estatica. Sartori, uno dei rari tenori verdiani per potenza e squillo, ha dominato il passaggio di registro tanto da penetrare il muro sonoro degli ottoni. Erika Grimaldi
(Leonora) ha confermato la sua fama di soprano drammatico d’agilità: con voce limpida ha gestito virtuosamente i balzi di ottave e decime scritti per rappresentare l’instabilità emotiva del personaggio,
incantando il pubblico da “Tacea la notte placida” fino a “D’amor sull’ali rosee”, dove il controllo del fiato ha concretizzato un senso di atemporalità sotto il viso argenteo della luna. Ariunbaatar Ganbaatar (il Conte di Luna) ha mostrato una potenza capace di appoggiarsi sulla melodia morbida de “Il balen del suo sorriso”, avvolgendola dei chiaroscuri emotivi che ne definiscono la figura. Ma è stata l’Azucena di Clémentine Margaine a dominare la scena: il mezzosoprano ha dato corpo al crepitio del rogo con acciaccature ritmate in “Stride la vampa”, restituendo una psicosi traumatica dove il passato è ombra pedissequa del presente. Il basso Simon Lim (Ferrando) ha aperto l’opera con la scena e ballata del “prologo del sangue”, narrando con agilità il clima gotico della Spagna del 1412.
La regia di Marina Bianchi e le scene di Tasmagambetova e Dragunov richiamano il Castillo de la Aljafería a Saragozza. L’opera poggia su una base storica reale: figure come il Conte di Luna e il suo rivale
Giacomo d’Urgel esisterono davvero durante le lotte dinastiche in Aragona. I costumi neogotici hanno giocato su un simbolismo cromatico netto: il bianco per Manrico, segno di speranza, contrapposto al nero del Conte, emblema di un potere oscuro. In questo ambiente di torri e prigioni, la scelta di far muovere le comparse in ralenti durante i combattimenti ha trasformato la violenza in una visione onirica,
coerente con le “Pitture Nere” di Goya e il grottesco di Victor Hugo. Il chiaroscuro caravaggesco delle luci di Luciano Novelli ha ferito lo sguardo con tagli freddi, contrapponendo il fuoco distruttivo
all’opalescenza lunare.
Il Trovatore segna il passaggio dagli “anni di galera” alla passione individuale, dove il ritmo diviene centripeto e frammenta le vecchie strutture. Lo spazio tra recitativo e aria si riduce: bolero, ballate e
cabalette prestano il tecnicismo alla psicologia. Questa scelta emerge nel “Miserere”, capolavoro di montaggio cinematografico ante-litteram in cui il coro dei monaci, il lamento funebre di Manrico e l’angoscia di Leonora si sovrappongono in una tensione insopportabile. Nel duetto successivo, i ritmi di “Galop” esprimono l’eccitazione febbrile di una donna che ride di gioia sapendo di aver salvato l’amato col proprio sacrificio. Mentre Wagner nel 1853 teorizzava la “melodia infinita”, Verdi ribadiva il primato del canto italiano come motore dell’anima, concentrandosi sul “nucleo bollente” dell’azione.
Già nel 1859, Abramo Basevi definì l’opera il massimo della “scuola del rumore” per la sua energia, pur riconoscendone l’immensa forza melodica che “parla al cuore e all’anima”. Lo stesso Verdi, difendendo
la natura fatale del suo teatro, affermò: “Dicono che quest’opera è troppo triste. Ma in fondo, non è tutto morte nella vita?”. La produzione ha onorato questo fatalismo fino al finale brutale, una tragedia greca edipica dove Azucena ottiene la vendetta gridando: “Egli era tuo fratello! Sei vendicata, o madre!”. La partitura si chiude con accordi in Mi minore, la “tonalità del destino”, che cade come una mannaia su una catena ininterrotta di colpe.
Ogni nota ha bruciato sul palcoscenico, risolvendo l’inquietudine iniziale nella consapevolezza che il genio di Verdi non sia un reperto archeologico, ma una forza viva che scava nelle zone d’ombra della
psiche. Il trionfo del Carlo Felice, sostenuto anche dalla compattezza del Coro diretto da Claudio Marino Moretti, ha dimostrato quanto quest’opera sia un’eco che risuona dalle profondità del nostro
vissuto. In questa rinascita, il Trovatore si è confermato come un battito eterno: quel grido dell’anima, purissimo e terribile, che resta drammaticamente intrappolato tra l’incudine del destino e il martello
della passione.
Il trovatore
Giampaolo Bisanti dirige il dramma in quattro parti di Giuseppe Verdi. Regia di Marina Bianchi
Dramma in quattro parti
Libretto di Salvadore Cammarano dal romanzo _El trovador_ di Antonio García Gutiérrez
Musica di Giuseppe Verdi
_Prima rappresentazione_ Roma, Teatro Apollo, 19 gennaio 1853
Direttore
Giampaolo Bisanti
Regia
Marina Bianchi
Scene e costumi
Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov
Maestro d’armi
Corrado Tomaselli
Luci
Luciano Novelli
Maestro del Coro
Claudio Marino Moretti
Assistente alla regia
Tiziana Colombo
Assistente ai costumi
Lorena Marin
Personaggi e interpreti:
_Il conte di Luna_
Ariunbaatar Ganbaatar
Leon Kim (17, 22)
_Leonora_
Erika Grimaldi
Iwona Sobotka (17, 22)
_Azucena_
Clémentine Margaine
Chiara Mogini (17, 22)
_Manrico_
Fabio Sartori
Samuele Simoncini (17, 22)
_Ferrando_
Simon Lim
Fabrizio Beggi (17, 22)
_Ines_
Irene Celle
_Ruiz_
Manuel Pierattelli
_Un messo_
Antonio Mannarino
Maurizio Raffa (20, 22, 23)
_Un vecchio zingaro_
Roberto Conti
Loris Purpura (20, 22 e 23)
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
_Lo spettacolo del 15 gennaio 2026 è registrato da Radio Rai_
Repliche
SA 17/01/2026
TURNO F Ore 15:00
DO 18/01/2026
TURNO C Ore 15:00
MA 20/01/2026
TURNO L Ore 20:00
GI 22/01/2026
TURNO FA2 Ore 17:00
VE 23/01/2026
TURNO B Ore 20:00
Su Redazione
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