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IL CINEMA DI STEPHEN FREARS AL RIFF 2026, «L’ISTINTO NON SI INSEGNA, SI ALLENA». L’INTERVISTA
Ottantaquattro anni e oltre cinquant’anni di cinema alle spalle, il regista britannico ha intrattenuto questa decima edizione del Riviera International Film Festival con una masterclass su come i giovani registi possano arrivare al successo. Il suo consiglio? Fare film e continuare a farli.
di Sara Debiaggi
SESTRI LEVANTE (GE) – La carriera del regista britannico Stephen Frears parla da sola, senza bisogno di troppe presentazioni: tre film candidati all’Oscar come miglior film (Le relazioni pericolose, The Queen e Philomena), tre BAFTA, un Emmy, e nel 2023 il titolo di Sir dalla Corona britannica per meriti nel cinema e nella televisione. Accanto a tutto ciò una filmografia che vede presenti attori dalla fama mondiale: da Daniel Day-Lewis esordiente in My Beautiful Laundrette a Helen Mirren nei panni della regina Elisabetta, fino a per Meryl Streep in Florence Foster Jenkins.

Alla masterclass che è stata tenuta in occasione di questa decima edizione del RIFF ha ragionato su una delle tensioni più difficili nel mestiere del regista: come tenere insieme l’istinto creativo con la concretezza del produrre. Sono due facce della stessa medaglia che per molti procedono su binari paralleli e che, secondo il regista, si incontrano soltanto in un posto: sul set. «L’unico modo per capire se le due cose possono stare insieme è continuare a fare film – ha dichiarato – provare, sbagliare e riprovare. Non c’è nessuna ricetta magica.» Ed è proprio perche vede nell’atto del fare l’unico momento dove il cinema sopravvive a se stesso che sostiene i nuovi registi.
Frears dichiara di vedere sempre meno cinema nel senso tradizionale del termine. L’industria è inevitabilmente cambiata negli ultimi decenni e lo streaming ha riscritto completamente le regole. «Il cinema è praticamente morto», ha detto, senza particolari giri di parole.
Nel ripercorrere la sua carriera e la sua collezione di premi ha confessato che molti dei suoi film non hanno avuto l’accoglienza che si aspettava. Tanti altri, invece, sì. «Speravo che la vita fosse leggermente più facile, ma ho vissuto una vita molto complessa e ho dovuto affrontare momenti di grande sconforto. Ad oggi, però, posso riconoscere di essere stato molto fortunato», ha detto.
Il problema attuale, dice, è il budget. Il cinema a cui gli piacerebbe dare vita è costoso, e trovare i soldi per farlo è diventato sempre più difficile. Eppure dichiara di avere ancora un progetto nel cassetto: Wilder & Me. Si tratta di un film che racconta il tramonto di un regista geniale alle prese con le riprese di Fedora a Corfù nel 1977, mentre l’industria che aveva costruito attorno a lui stava già cambiando faccia. È chiaro ed evidente, e anche Frears lo lascia intendere, che la storia di un grande regista che lotta contro l’industria e le difficoltà che riscontra nel sentirsi riconosciuto e affermato abbia qualcosa di personale. È come se, giunto a questo punto della sua carriera, non senta più il bisogno di ambire a chissà quale cast e produzione, ma solo la volontà di portare sullo schermo un messaggio: per ogni artista che sta vivendo l’entusiasmo dell’inizio della sua carriera ve ne è un altro che sta vivendo lo sconforto della fine.
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