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“MINETTI”: FACCIA A FACCIA CON IL REGISTA
Nel foyer del Teatro della Corte Marco Sciaccaluga parla della sua rappresentazione dello spettacolo di Thomas Bernhard
Di Chiara Tasso
Era da un bel pezzo che il condirettore dello Stabile sognava di portare un suo Bernhard sul palcoscenico del teatro genovese. Si può quindi dire che “Minetti”, questo il titolo scelto dal repertorio dell’autore austriaco amato da Italo Calvino – in scena al Teatro Duse fino al primo novembre – sia il desiderio artistico realizzato di Marco Sciaccaluga. «Per lungo tempo mi sono chiesto come mai un teatro come lo Stabile di Genova non mettesse in scena opere di autori come Pinter, Beckett o lo stesso Bernhard – spiega il regista – Mi veniva risposto che non erano adatti a un “teatro popolare”. Inizialmente, con Angelo Pastore (direttore del Teatro Stabile) avevamo un altro progetto per Eros Pagni. Poi abbiamo pensato di metterlo alla prova con questa nuova sfida, che lui ha accolto con passione ed entusiasmo, da vero artista quale è».
“Minetti”, la prima delle otto produzioni del Teatro Stabile che ha aperto martedì la nuova stagione, è uno spettacolo a metà tra vita e arte, concretezza e astrazione, in cui l’interpretazione del protagonista è il centro di tutta la rappresentazione. «Non è un’impresa facile portare in scena uno spettacolo di Bernhard – continua Sciaccaluga – le cui opere sono scritte in versi e senza punteggiatura. La sua arte consiste proprio nel dare libertà e responsabilità interpretativa al lettore. Con gli anni, ho scoperto che l’unico modo per capire del tutto un autore è mettere una sua opera in scena. In quel momento, a contatto con gli interpreti, ne cogli i significati più profondi». Interpreti e personaggi che hanno un ruolo preciso, per questo “Minetti” non è del tutto un monologo: «In alcune edizioni, i personaggi secondari sono stati eliminati, lasciando Minetti da solo sul palco. Non sono d’accordo: questo spettacolo è un continuo dialogo, in cui il protagonista si illude che qualcuno lo ascolti o lo comprenda».
Emblematico anche il momento in cui si svolge la vicenda, la notte di San Silvestro, che secondo la tradizione tedesca si festeggia con travestimenti. Le figure in maschera che sbeffeggiano Minetti diventano una rappresentazione dell’interiorità del personaggio, con i suoi incubi e le sue follie. «Il tema della maschera è centrale – continua Sciaccaluga – ai costumi degradanti di Capodanno è contrapposta la famosa maschera del Lear, simbolo della classicità. Il teatro di Bernhard è un continuo enigma e paradosso, in cui ognuno è libero di dare la propria interpretazione. C’è chi vede nelle figure in maschera persone reali e chi le interpreta come fantasie del protagonista».
Altro tema fondamentale toccato dal drammaturgo austriaco è quello del destino. Lo spettacolo è un omaggio a Bernhard Minetti, attore di successo considerato dal pubblico e dalla critica il più grande artista tedesco del dopoguerra. Nulla di più diverso dal Minetti perdente portato in scena da Eros Pagni: «Anche in questo Bernhard è geniale – conclude il regista – ha immaginato la vita dell’attore tedesco come se tutto fosse andato storto. Perché niente è più forte e crudele del destino».
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