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L’universo “bello bello” di Federica Ruggero in prima nazionale al Teatro della Tosse. La recensione
di Sara Debiaggi
GENOVA – “Col seno di poi” di Federica Ruggero ha debuttato in prima nazionale al Teatro della Tosse venerdì 6 febbraio. Il monologo restituisce un viaggio nella vita dell’attrice, attraversando le tappe che più hanno segnato il suo percorso di crescita, fino ad arrivare al giorno in cui tutto sembra crollare in pezzi: la scoperta di un tumore al seno. Ne nasce una lotta quotidiana contro l’immagine riflessa nello specchio, che diventa occasione per riflettere sul rapporto con la bellezza, il cambiamento, il dolore e l’amore. Un racconto che, senza retorica, ricorda come si possa sempre rinascere, anche indossando nuove vesti.
Federica, unica protagonista sul palco, sceglie una strada molto precisa: raccontarsi completamente e senza sconti. Lo fa con un’ironia costante, ironia che non è mai costruita a tavolino ma è una vera e propria modalità di sopravvivenza. È tagliente, fa ridere l’intera platea, ma in alcuni passaggi lascia addosso un retrogusto di amarezza, di delusione e di rabbia. È proprio questo equilibrio tra leggerezza e dolore a tenere lo spettatore agganciato dall’inizio alla fine.
Il racconto parte da lei ragazzina, immersa in una ricerca ossessiva della bellezza, quella che lei stessa definisce “bellezza esterna”, oggettiva e conforme. Una bellezza fatta di sguardi altrui, di approvazione e di misure da rispettare. Una bellezza che però non ha nulla a che vedere con l’altro tipo, quello che Federica chiama “bello bello”. Il bello bello non è un parametro, non è qualcosa da spiegare o dimostrare: è un miscuglio di vitalità e di luce. È essere vivi nel modo più assoluto possibile.
Le emozioni che attraversano la sala sono molte e spesso contrastanti. L’atmosfera cambia continuamente, quasi battuta dopo battuta: si passa dalla risata a volume alto alla tensione improvvisa, dalla rabbia per alcuni episodi al dolore vero. Le lacrime arrivano perché ci si riconosce nella sua storia senza l’obbligo di aver affrontato una malattia per farlo. La forza di Federica sta nel far riaffiorare, in ognuno, quel momento in cui ci si è sentiti “sgretolarsi”, impotenti, costretti a raccogliere i cocci e a provare a rincollarsi.
Come un kintsugi giapponese: non si torna mai come prima, non si è più né intatti né perfetti, ma si è più ricchi, più pieni. Non si è esteriormente belli secondo i canoni, ma si è dolcemente e inevitabilmente “belli belli”, perché si sa di vero.
Federica sa ridere dei suoi momenti no, delle sue ingenuità e delle sue fragilità. Tutto è raccontato con leggerezza e umorismo, ma non quella comicità artefatta o consolatoria. È la comicità quotidiana di tutti noi, quella che usiamo quando i problemi sono più grandi e l’unico modo per andare avanti è provare a sdrammatizzare.
Nella prima parte sembra quasi di assistere a uno spettacolo di stand-up comedy, a tratti cabarettistico, con battute piazzate al momento giusto e un ritmo che funziona. Ci sono i cliché della nostra società, la derisione dell’uomo medio che, di base, è “uno stronzo” e divide il panorama femminile in “tette” o “culo”. È il racconto delle disavventure professionali e amorose, trattate con ironia e disincanto. Nulla lascia presagire l’escalation di profondità che arriverà dopo.
La scenografia è essenziale, quasi spoglia. Sul palco non ci sono elementi scenici, solo uno sgabello che restituisce la sensazione di un palco sul palco, uno spazio sospeso in cui Federica fa passare tutte le tappe della sua vita. Non ci sono elementi di distrazione ed è proprio questo vuoto a dare forza alla parola e al corpo.
Il racconto parte da lei diciottenne, nell’estate ’99, in una discoteca di Portofino, quando un uomo più grande le dice semplicemente “sei bella”. In quelle parole Federica si perde, non sa cosa rispondere e l’unica cosa che le esce è “ma no, non sono così bella”. È lì che impara una delle prime lezioni importanti della vita: quando un uomo ti fa un complimento non ti devi schermire, lo devi ringraziare. Ah sì? Perché altrimenti non te ne farà più? E allora tu è come se non esistessi?
Per un uomo che in realtà non la vede davvero, Federica arriva persino a Miss Italia. Potrebbe sembrare il sogno di tutte le ragazzine, ma lì impara un’altra verità fondamentale: c’è sempre qualcuna più bella di te. Ci sarà sempre la Claudia Schiffer alta 1,70 con le misure perfette 90-60-90. È in quel momento che capisce che quella non è la sua strada, che vivere secondo l’idea che “una donna non dovrebbe mai uscire di casa senza un filo di trucco e un filo di tacco”, tanto decantata da sua madre, non fa per lei.
Lei vuole fare l’attrice. Lo sente in ogni centimetro del corpo. Ma anche qui la strada è in salita: rifiuti, provini surreali e richieste assurde. “Ruggero, mi imiti un geco”. Quel geco non riuscirà mai a imitarlo, ma riuscirà a trovare la sua strada: il teatro, la scuola di recitazione, le amicizie vere, le donne che non sono nemiche ma alleate.
Eppure, anche quando sembra che tutto funzioni, resta una domanda che torna come un ritornello: perché, se non mi manca nulla, mi sento comunque vuota? Semplice: manca l’amore. Cercato tanto, ma finito sempre con delusioni e “rotture”. Poi, però, arriva Alessandro, come un tornado, a riaccendere tutto ciò che da tempo era rimasto spento.
Ma la vita, ovviamente, non va mai secondo i piani. Oltre al Covid, arriva quella frase che sposta tutto e che la sbatte a terra senza pietà:“Ruggero, lei ha un carcinoma al seno. Deve iniziare la chemio.”
Da qui il racconto cambia passo. Federica non racconta solo la diagnosi, ma tutto ciò che le gira intorno: l’attesa, il corpo che smette di rispondere come prima, la perdita di controllo. Racconta il percorso di cura con naturalezza e lucidità tagliente. Le iniezioni di farmaci diventano per lei shot di “spritz o gin tonic” e l’ironia che la contraddistingue non la abbandona mai, la accompagna come una migliore amica invisibile. Racconta anche quel momento sospeso in cui sai che qualcosa non va, ma resti immobile perché tutti – medici, amici, famiglia – continuano a dirti che va tutto bene, mentre tu, dentro di te, percepisci tutto l’opposto e non sai come affrontarlo.
Avrebbe potuto portare in scena uno spettacolo interamente centrato sulla malattia, invece sceglie di fare altro: raccontare una vita intera, per far capire che la frattura non nasce con il tumore, ma che il tumore arriva quando qualcosa era già incrinato.
Gli unici momenti in cui lo spazio si riempie di musica sono quelli della rinascita. Quando iniziano a ricrescerle i capelli si intuisce che tutto è svoltato. Quello è il segno del “finalmente ce l’ho fatta”, del tornare a riconoscersi in uno specchio che per mesi aveva solo desiderato sparisse. Alessandro resta al suo fianco: stanco, arrabbiato, frustrato, ma ne escono insieme, mano nella mano. Federica ne esce diversa, “rinnovata”, e non nella veste del seno rifatto, ma in quella definitiva del “bello bello”.
Crediti
Col seno di poi
di Francesca Ruggero
Produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse
Interprete Francesca Ruggero
Regia Marco Taddei
Costumi Daniela De Blasio
Luci Davide Bellavia
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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