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Polvere di stelle e lustrini color lampone: La vertigine di Qfwfq al Teatro Ivo Chiesa.
di Francesca Lituania
Genova – Assistere alla trasposizione teatrale di un’opera visionaria come Le Cosmicomiche di Italo Calvino è un’esperienza che oscilla tra l’azzardo intellettuale e la meraviglia sensoriale; un vero e proprio corto circuito tra la pagina scritta e la sostanza viva dell’azione scenica. Al Teatro Ivo Chiesa di Genova, la sfida di tradurre in una forma tangibile quella che Calvino stesso definiva una “fantascienza metafisica” viene raccolta con un’audacia anomala, quasi entropica, capace di restituire allo spettatore la frizione costante tra il rigore della terminologia scientifica e la disarmante domesticità dei sentimenti umani.
Come scriveva Calvino nelle sue riflessioni teoriche sulla genesi dell’opera, l’intento non era spiegare la scienza, ma usarla come una “macchina per generare metafore”. Egli sosteneva che anche l’astrazione più estrema della fisica debba necessariamente tradursi in una forma comprensibile alla mente umana. Per questo, concetti astratti come una singolarità spazio-temporale — quel punto a densità infinita e volume zero da cui tutto ha origine — acquistano senso narrativo solo quando vengono trasfigurati in impulsi visivi e passioni antropomorfe. È una scelta che ci riguarda da vicino, oggi più che mai: ci costringe a dare un volto umano a leggi cosmiche che altrimenti resterebbero semplici ed algide equazioni.
Lo spettacolo si apre con un prologo di straniante potenza evocativa: due personaggi carnascialeschi, figure atemporali che sembrano riassumere in sé il passato, il presente e ogni possibile coordinata geografica, introducono un “tutto” cosmico che confina con una densità primordiale. In quel caos originario, contrariamente a quanto si possa pensare, il nulla non esisteva affatto; era, anzi, un pieno assoluto di materia compressa in attesa di esplodere. Sono gli antenati di noi stessi: attori-molecole che, prima del Big Bang, vagano seguendo una ricerca affettiva, intellettuale e necessaria; un richiamo ancestrale che agisce come una forza di gravità dello spirito. Questa tensione incarna magistralmente il trauma primigenio del venire al mondo descritto in Sul far del giorno: quel passaggio dall’oscurità indistinta alla luce della coscienza che, se da un lato regala la bellezza della vista, dall’altro determina la perdita della libertà del caos originario. È una metafora potentissima della nostra condizione moderna, perennemente in bilico tra il desiderio di ordine e la nostalgia per una indistinta libertà perduta.
Al centro di questa ricerca c’è lui, Q, interpretato da un Luca Marinelli magnetico e poliedrico. Marinelli — attore capace di una plasticità emotiva fuori dal comune, già volto di Faber tanto caro a Genova e indimenticabile protagonista di Martin Eden e della serie M – Il figlio del Secolo — incarna qui un Qfwfq che è la quintessenza dell’ambivalenza. Sul palco, Q ci viene presentato nelle vesti di un personaggio privo di valori, meschino e vacuo, un presentatore televisivo dell’ultimo dell’anno feroce nella sua ordinarietà. Indossa una giacca di lustrini color lampone, una scelta cromatica disturbante che simboleggia un presente che ha barattato le proprie radici cosmiche con la futilità dell’impermanente.
Q è il cliché dell’uomo di successo mediocre: vanitoso e arrogante sul palco, ma animato da una rabbia passiva e rancorosa non appena si spengono le luci. È circondato da una bella casa e da una fidanzata giovane che lo sfrutta cinicamente, prigioniero di uno show che deve continuare a ogni costo mentre fuori infuria l’apocalisse. È qui che lo spettacolo opera un “antropomorfismo inverso” che ci colpisce con forza: mostra come l’essere umano sia rimasto intrappolato nelle proprie traiettorie soggettive, proprio come i personaggi de La forma dello spazio che cadono nel vuoto lungo rette parallele senza mai potersi toccare.
Durante il veglione, circondato da amici fatui e inconsistenti che si credono i padroni del mondo, Q ostenta una sicurezza di facciata, ma nel profondo avverte un disagio inconscio che esplode mettendo a nudo la nullità del mondo: inizia a percepire che la realtà è materia tutta uguale, solo declinata in forme differenti che si rigenerano incessantemente. Pur non riconoscendola ancora lucidamente, prova una sensazione parallela a quella vissuta miliardi di anni prima: il timore dell’ignoto, lo stesso che allora legava la figura della sorella che andava verso “lo scuro” come verso una promessa. È un parallelismo potente e inconscio che esprime come tutti siamo tutto, annullando il tempo lineare e produttivo dell’uomo moderno — che qui appare come un concetto relativo creato per dare una sequenza a ciò che sequenza non ha — e contrapponendolo alla ciclicità del cosmo.
L’unico contrappunto autentico è Cicho. Cicho è un robot, ma appare paradossalmente più umano del suo padrone; in lui rivive l’intuizione calviniana per cui tutto ciò che esiste, essendo fatto della stessa materia originale, possiede la medesima dignità. Quando una bambina smarrita nella città colpita dagli asteroidi chiede compagnia, è Cicho a voler stare con lei. In questo gesto, Q non osserva solo l’empatia, ma scopre il valore del “dono”: l’atto gratuito di dedicarsi all’altro, una lezione di un’attualità bruciante. Attraverso la drammaturgia di Vincenzo Manna, il viaggio di Q diventa una riscoperta del pensiero calviniano, dove il linguaggio scientifico viene costantemente contaminato da inserti domestici: si parla di idrogeno e forze centrifughe mentre si impastano le tagliatelle.
Proprio questa signora Ph(i)Nk₀, che per amore vuole sfamare tutti, trasforma lo slancio generoso in creazione universale. Il confronto con l’attualità si fa tagliente quando Q incontra il Capitano, diventato un personaggio trans: una lezione di libertà metafisica che smaschera l’idiozia del razzismo e del pregiudizio. Se siamo tutti figli della medesima materia primordiale, che senso ha distinguere, escludere o temere il diverso? È una rivendicazione di identità che risuona con forza nel nostro presente.
Mentre la città crolla, Q incontra le proiezioni del passato: il desiderio per la moglie del capitano che, ne La distanza della Luna, sceglie di restare lassù per diventare una cosa sola con il cugino sordo, l’unico che lei davvero desidera; e il rifiuto di chi non vuole evolversi, incarnando il conflitto tra tradizione e modernità de Lo zio acquatico. Solo dopo questi incontri, quasi alla fine, il monologo di Marinelli delinea del tutto la metamorfosi: Q recupera via via la precisione del linguaggio scientifico, usandola come uno strumento per definire la realtà. È un linguaggio che si scopre stranamente colloquiale ed empatico proprio perché inserito in una storia così umana.
L’ironia dello spettacolo non serve a deridere, ma ad accompagnare con un occhio comprensivo e nel contempo triste la nostra fragilità esistenziale. La regia di Marinelli e Danilo Capezzani, con le scene di Nicolas Bovey, trasforma il palco in una macchina logica che si sgretola per lasciare spazio al sentimento. In questa evoluzione, Q si fa carico del percorso di Calvino, dalla scrittura “di terra” alla precisione delle Lezioni Americane. Calvino considerava l’Esattezza, la Leggerezza e la Molteplicità come valori per contrastare l’approssimazione moderna; Marinelli usa la parola per ritrovare la densità della materia, abbandonando la maschera dello showman per tornare polvere stellare.
Ad arricchire questa discesa nella materia è la colonna sonora curata da Giorgio Poi. Le musiche originali, con le loro trame sintetiche e i suoni elettronici, non sono un semplice accompagnamento, ma sottolineano quel ritorno alla materia primordiale, dando corpo acustico all’espansione e alla contrazione dell’universo. Le frequenze risonanti sembrano quasi voler restituire il suono del Big Bang, legando il battito cardiaco degli attori al ritmo del cosmo.
Nella conclusione, lo spettacolo riserva un finale che lascia la platea in un silenzio sospeso: proprio quando Q sembra aver integrato la lezione del tempo e dello spazio, il mondo si ricongiunge con l’origine in una circolarità perfetta che richiama il prologo. Vediamo i personaggi ritornare verso quel nucleo denso, ma con la consapevolezza di aver riscoperto i valori della comunanza. Al di là dell’esito formale di un esperimento così estremo, l’intensità di Marinelli e del cast (Bellè, Brugnone, Jung, Rinaldi) riesce a bucare la fenomenologia scenica, lasciando nello spettatore una vibrazione “di pancia”, una vertigine filosofica che ci riguarda tutti. Proprio perché siamo parte della medesima materia, questa volta ho scelto di abbandonare i consueti parallelismi cinematografici, artistici o letterari: di fronte a Calvino, siamo tutti semplicemente atomi che cercano di raccontarsi. Applausi per un cimento ardito che parla al cuore ancestrale di ogni essere vivente.
La cosmicomica vita di Q
da Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino
Produzione
Società per Attori, Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi
Drammaturgia
Vincenzo Manna
Regia
Luca Marinelli e Danilo Capezzani
Interpreti
(in o.a.) Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Fabian Jung, Luca Marinelli, Gabriele Portoghese, Gaia Rinaldi
Scene e luci
Nicolas Bovey
Costumi
Anna Missaglia
Musiche originali
Giorgio Poi
repliche
Sabato 07/02/2026 ore 19 30
Domenica 08/02/2026 ore 16 00
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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