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ZERO VICIOUS RACCONTA IL SUO ULTIMO ALBUM “LA MUSICA NON DEVE”: TRA LIBERTÀ E SPERIMENTAZIONE. L’INTERVISTA
Il rapper genovese ha parlato con Goa Magazine per descrivere sé stesso e il suo progetto, uscito il 26 marzo. Un lavoro che parla di lui e della sua storia, tra sonorità diverse e momenti di introspezione, che il pubblico potrà conoscere nell’esibizione in programma a La Claque il 4 aprile
Zero Vicious, rapper della scena genovese, racconta la sua storia nel suo ultimo progetto “La musica non deve“, un album che affronta e unisce stili diversi. Un viaggio nelle sonorità in cui la linea guida è la libertà totale che permette a Zero Vicious e a tutti gli artisti con cui collabora di esprimersi e creare senza pregiudizi ed etichette. Sabato 4 aprile alle 21 Zero Vicious si esibirà a La Claque per far conoscere il suo ultimo progetto
Partendo proprio dal titolo del tuo ultimo album, cosa intendi con “La musica non deve”? Cosa non deve essere o fare? La cosa bella secondo me del titolo è che lascia spazio alla libertà, che è un po’ il punto del disco ed è per me, nella mia scala di valori, il primo punto nella lista.
Questo disco è costruito in modo di essere un festival delle libertà. Anche con tutte le persone con cui ho lavorato, ho lasciato completamente carta bianca di esprimere la loro cosa, senza doverla incanalare in logiche di mercato o di qualsiasi altro tipo.
L’argomento principale, anche se in realtà ci sono tante sfaccettature, è la libertà in tutte le sue forme questo titolo mi piace molto, perché appunto lascia spazio a questa domanda qua.
Nel tuo nuovo album convivono stili molto diversi, questo è una conseguenza della libertà di cui parlavi prima?
Ma in realtà questa cosa l’ho sempre fatta e diciamo che ho trovato questo escamotage per giustificare questa cosa qua, non che io debba o voglia giustificarmi. Però ho pensato questo concept qua che mi leva da tutti i concept e quindi posso fare quello che mi pare. E appunto, essendo la libertà, il punto focale ed essendo che mi piace molto misurarmi su diverse sonorità, che comunque fanno tutte parte del genere hip hop. L’approccio con cui è stata fatta la musica, è sempre lo stesso in tutti i brani, però secondo me la cosa bella dell’hip hop è che prende un po’ da tutte le parti e fa suo. È un pò un grande appropriatore culturale infatti, c’è un po’ di tutto: ci sono le chitarre elettriche c’è la parte acustica simile pop di “Eroina”, ad esempio; la cassa dritta in “Samsara”, però secondo me poi il disco mantiene una bella organicità, perché comunque il modo in cui è stato costruito è sempre lo stesso.
Genova è la tua città, dove sei nato, dove vivi e lavori. Raccontaci un po’ il tuo rapporto con la Superba
Ma guarda ho un rapporto con il quartiere più che con la città, ma è un amore che è nato nel tempo in realtà. In questo periodo storico in cui è molto facile, poi cadere nel patriottismo becero cioè nel nazionalismo proprio, io fin da piccolo, mi sono sempre sentito parte del mondo, non ho mai pensato alle frontiere in quanto tali. Però sai crescendo tanto nello stesso posto, poi ti affezioni magari anche al luogo in cui vivi e ti entra dentro e lo capisci meglio e ne diventi tu stesso parte.
È inevitabile come coi genitori, e si assimila tanto il posto in cui si vive, però una cosa che è successa con il tempo io all’inizio questa cosa non la sentivo minimamente, perché poi nel mio cervello, la cosa è che i confini comunque sono cose che inventa l’uomo non esistono. Cioè è patriottismo, ma non è nazionalismo sostanzialmente.
Quali sono i tuoi artisti di riferimento, le figure che ti ispirano nel panorama musicale?
Io ho quelle che sono le tre uscite che aspetto di più. Poi cerco di ascoltare tutto e di tenermi aggiornato su tutto però i miei artisti preferiti di sempre sono: Kenny West, Jay-Z e Marracash a mani bassissime.
Sono quei tre artisti che mi fanno sentire a casa quando esce un album.
Stessa domanda ma fuori dalla scena rap?
Ho delle fasi in cui mi ascolto per un periodo la discografia di un artista e poi mi rimangono alcune canzoni principali, ad esempio, ho avuto l’anno scorso periodo Tenco pur non stando minimamente nel background culturale mio per il fatto che in casa mia non è che si ascoltasse tantissima musica, quindi non ho un background. Cioè, il background che ho è mio personale sono cresciuto con il rap americano e al massimo con quello italiano.
Sennò un altro gruppo che ho ascoltato molto, sono i The Prodigy che comunque è super elettronica.
Se dovessi scegliere un brano del tuo ultimo album che ti rappresenta quale sarebbe e perché?
Sicuramente l’intro, oggi come oggi, ma perché quello l’ho voluto costruire apposta per raccontare un po’ quella che è la mia storia, la mia vita. L’esser cresciuto senza un padre, quanto mi abbia condizionato.
Ci tenevo a fare, in questo disco, una narrazione personale che mi sembrava di non essere mai riuscito a raccontare bene anche il perché di certe cose, ho fatto un percorso di analisi e ho imparato tante cose e volevo un po’ raccontarle agli altri, cioè se l’avessi sapute prima sarei stato più felice. E poi sentivo che mi mancava tanto quella cosa lì e penso che poi quando uno va a raccontare la propria storia personale non puoi far altro che uscire dall’anonimato, perché sei te al 100%, quindi per me quello è tutto. Poi anche a livello musicale è super cinematico, il brano, che è una cosa che io adoro, io guardo tantissimo cinema. E poi c’è il ritornello gridato perchè comunque la rabbia è uno dei sentimenti che purtroppo mi porta spesso dietro.
Cosa vorresti dire a chi vorrebbe percorrere questa strada, fare musica?
Di divertirsi, perché io ti dico dopo tanti anni che faccio questa cosa non è scontato che chiudi una canzone e sei ancora felice come la prima volta che l’hai fatto. Divertirsi non preclude un successo, ma a livello di bussola, è una cosa importante.
Come mai la scelta di presentare il tuo album a teatro? Secondo me è proprio sbagliato che il teatro non sia un luogo che ti viene in mente quando pensi al rap, non è tutto uguale. Se artisti molto diversi, tutti nel mondo del rap, sono nello stesso bacino, lo sbaglio è di chi mette le etichette invece di andare a vedere le persone chi sono. Questo rientra in tutto il disco che è contro l’etichetta, non quella musicale ma di darla alla gente, si tratta di approfondire le persone e la musica e capirla
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Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiMessaggi correlati
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