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Il lutto di un padre e la parata di una divinità popolare: al Nazionale “Napoleone. La morte di Dio”. La recensione
di Giorgia Di Gregorio
GENOVA – Ieri sera, sabato 12 dicembre, sul palco dell’Ivo Chiesa la prima replica di “Napoleone. La morte di Dio”, testo e regia di Davide Sacco con un brillante Lino Guanciale come interprete principale. In scena un topos del teatro, della letteratura e dell’arte tutta, un tema epico e biblico tale perché, prima o poi, viene vissuto da quasi tutti: il lutto di un padre. Ispirato dal saggio cronachistico di Victor Hugo “I funerali di Napoleone”, lo spettacolo segue l’intimità del lutto di un figlio per la perdita del proprio padre di fronte alla grandezza del suo ritorno in patria, il rientro a casa del più grande degli uomini, di un Dio.
Napoleone – il padre in questione – non è solo padre di un figlio ma anche di una nazione, di un Impero. Bonaparte è Dio per chi ha dato alla luce e per chi ha guidato sul campo di battaglia contro gli inglesi. Quello che emerge dal lavoro di Sacco è la sovrapposizione dei diversi ruoli che una persona riveste durante la sua vita e che, alla fine, non riescono a ricongiungersi, lasciando un orfano – perché sì, non solo i bambini vengono abbandonati dai propri genitori – in balia di un dolore che nessun altro può comprendere.
Sulla riga di questa dualità due date e due testi di riferimento: il 5 maggio 1821, la morte in esilio a Sant’Elena di Napoleone e l’ode di Manzoni “Il Cinque Maggio”, e il 15 dicembre 1840, il ritorno delle spoglie dell’Imperatore a Parigi, il grande funerale di stato che ha attraversato la città fino all’Hôtel des Invalides e il testo di Hugo.
Da un lato il tormento di un figlio (Lino Guanciale), unica voce e unico portavoce dello spettacolo, che deve seppellire un padre, avere a che fare con le seccature della burocrazia funebre, che non riesce a trovare uno spazio per piangere al suo stesso funerale un padre gigante, e che, nel turbine delle emozioni, non riesce ricordare se il suo è stato un mortal respiro o sospiro.
Dall’altro il ritorno di un imperatore in patria accolto da una grande festa e da tutti gli sfarzi del caso, i quali, però si rivelano falsi: tutto è di gesso, e dipinto di un oro simulato, il Grandore e la Gloria delle celebrazioni parigine sono farlocchi. La gente non può essere in lutto per Bonaparte perché non lo conoscevano, e non si può sentire la mancanza di qualcuno se non la si è mai conosciuta veramente. Un funerale che diventa una parata, dove le urla e i festeggiamenti si sostituiscono al silenzio e al lutto. Un feretro trainato da 16 cavalli, tanti quanti ne servono per trasportare la merce, l’ultima superbia da dedicare all’Imperatore.
La scena è in costruzione, il dietro le quinte di uno spettacolo in allestimento dove due aiutanti (Simona Boo e Amedeo Carlo Capitanelli) e del racconto compongono la colonna sonora e la scenografia dello spettacolo, fatta di ricordi cantanti come preghiere, polvere, terra e luci che, come fari, seguono il protagonista e disegnano i momenti della sepoltura del feretro.
Tre, quindi, i punti chiave del lavoro: lutto, padre e Dio. Il lutto di una patria, di cui fa parte Hugo; il lutto di un Napoleone padre, che oltre ad essere Bonaparte era, appunto, il padre di qualcuno; il lutto privato per un padre che lascia il proprio figlio dopo una sofferente malattia, ma che prima di ammalarsi era l’uomo che lo ha cresciuto, che lo andava a prendere nei momenti di bisogno e che mai lo giudicava, che aveva un odore, che era carne. Dunque un figlio che preferisce che il padre muoia pur di non farlo soffrire. Preferisce perdere il suo profumo, le sue parole e il suo tocco, la sua rassicurazione per non far diventare l’amore in odio e l’odio in pazienza.
Napoleone è un uomo incarnato, nella vita di un padre e di un figlio. Un Dio nel proprio privato e per una nazione intera. Imperatore di Francia e re nei ricordi di una piccola vita lasciata nell’incapacità del lutto.
“Napoleone. La morte di Dio” è in doppia replica oggi, domenica 14 dicembre, alle ore 16 e alle 19.30 sempre al Teatro Ivo Chiesa.
Produzione
LVF – Teatro Manini di Narni
Testo e regia
Davide Sacco
Interpreti
Lino Guanciale
e con Simona Boo, Amedeo Carlo Capitanelli
Scene
Luigi Sacco
Costumi
Daniele Gelsi
Aiuto regia
Flavia Gramaccioni
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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