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La società dei burattini: la Denuncia Sociale di Sior Tòdero Brontolon al Teatro Nazionale di Genova
Di Francesca Lituania.
GENOVA – “Mi no vôi che se spenda! Chi vol che ghe dia, che se tegna la roba in casa soa” è l’assunto dispotico con cui Goldoni tratteggia e immortala Sior Tòdero Brontolon, ovvero l’archetipo del vecchio fastidioso, materializzando sui legni la denuncia di una società ossessionata dalla grettezza e dal controllo, avara di materia e sentimento, che risuona in maniera stupefacente contemporanea. La rappresentazione andata in scena giovedì scorso al Teatro Nazionale di Genova e in replica sabato e domenica, nell’allestimento curato per l’Estate Teatrale Veronese, riesce a rivitalizzare questa commedia dal retrogusto amaro (come avviene dai tempi di Menandro a Germi): Franco Branciaroli (mattatore del teatro di prosa italiano, celebre per i ruoli titanici e drammatici, tra cui Amleto e Don Giovanni) veste i panni del Sior Tòdero che, come un burattinaio circondato da marionette, dalla sua poltrona declama con voce profonda la sua tirannia e la sua brama di controllo: “Chi paga l’è padron de dir quel che ghe par”. La regia di Paolo Valerio impiega i burattini come espediente scenico per dare nuova linfa alla commedia e amplificarne critica e ironia; Tòdero viene presentato come il “Grande Burattinaio”, incarnazione del patriarcato, un manipolatore che regge le fila della famiglia come Don Corleone nella locandina de Il Padrino. I burattini sono l’alter ego dei personaggi, simboleggiando la loro passività e l’automatismo della condizione sociale: la casa diventa un teatro di marionette, dove gli attori agiscono e reagiscono in sincrono con il loro “doppio”, il fantoccio diviene l’anima silente dei personaggi di cui esprime le paure, il carattere e l’imposizione sociale che lede la libertà individuale. Chi è più burattino? ci suggerisce Goldoni stesso, come ne La locandiera tra il Cavaliere di Ripafratta e Mirandolina, la nipote Zanetta e il figlio Pellegrin che si sottomettono a oppressione e convenzioni sociali o la marionetta (padre e figlia indossano in scena abiti dello stesso cromatismo a sottolineare la comune ignavia) ? La compagnia è composta da attori consumati come Stefania Felicioli (nota per l’eleganza nei ruoli e la dizione perfetta) nel ruolo di Marcolina, Piergiorgio Fasolo (pilastro del Teatro Stabile del Veneto particolarmente apprezzato per la sua adesione al dialetto) e Alessandro Albertin (anch’egli legato allo Stabile del Veneto) tra gli altri dieci interpreti. Paolo Valerio (Direttore del Teatro Stabile di Verona e già dello Stabile del Veneto), la cui caratteristica è quella di preservare la “lingua poetica” con una forte aderenza al testo originale, rende narrativa la rappresentazione valorizzando gli attori con la sua Drammaturgia curata da Piermario Vescovo (filologo e Professore a Ca’ Foscari, massimo esperto di Goldoni) che ha il pregio di avvicinare il dialetto al pubblico rendendolo fruibile senza snaturarlo. Le opere del commediografo veneziano, scritte quasi tre secoli fa, godono di una notorietà e un’attualità tali da rendere sempre più arduo per la critica e la scena trovare chiavi di lettura innovative: la satira sociale e il genio dell’autore nel cesellare caratteri universali risultano di una modernità sconcertante tale da mostrare che i vizi umani e i meccanismi si ripetono nella storia, come diceva Marx “la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Goldoni fa di più che dipingere archetipi, se l’avarizia trova la sua maschera in tutta la storia letteraria, dall’Arpagone di Molière a Pantalone, con Tòdero va oltre: “El pan de la bùssia, e l’acqua del pussin. L’è qua, l’è qua che sta el profitto!”. L’avarizia si fa crudeltà, è meno “divertente”, il Brontolon è una “massa di brutture” senza alcuna virtù che lo riscatti: “La avarizia, la brontoleria, e la mania di esser padron de tutto; ecco qua le tre virtù che ‘l ga ‘sto benedetto omo” dice Marcolina. Sior Todero Brontolon (del 1761, tra le sue ultime commedie veneziane prima del trasferimento a Parigi per fuggire da un ambiente che reputava opprimente e ostile, andata in scena al Teatro Vendramin, il più antico di Venezia e oggi Teatro Carlo Goldoni e Teatro Nazionale) è un’opera cardine all’interno del panorama goldoniano, un punto di non ritorno nella sua riforma teatrale che mirava a sostituire l’improvvisazione e le maschere fisse della Commedia dell’Arte con il testo scritto e la commedia di carattere dando un taglio “sociale” tipico dell’epoca illuminista, nella rappresentazione di Valerio questo passaggio è rappresentato dalla “danza” d’intermezzo delle maschere classiche, Arlecchino, Pantalone, Colombina, burattini di un’epoca passata. L’importanza di quest’opera risiede proprio nella sua rottura: a differenza di altri “burberi” goldoniani come i protagonisti de I Rusteghi (che mantenevano una bonarietà di fondo), Sior Todero è privo di alcuna qualità che possa bilanciare i suoi difetti, un “vecchio fastidioso” che Goldoni creò per “liberare la scena da un certo tipo di vecchi ridicoli ma non affatto odiosi” e per il quale si stupì del “sommo applauso”; l’autore offre un ritratto feroce e realistico del vizio della borghesia mercantile veneziana del Settecento trattando i familiari (il servitore Desiderio lamenta il “Pan de brusson, vin de bòtazza”) non come persone ma come oggetti di scambio per non far “uscir la dote,” un sistema tirannico basato sul denaro. La critica sociale alla borghesia, la difesa del buon senso e della dignità, il realismo e l’osservazione della vita quotidiana, riassunte nel suo celebre motto “Il Mondo e il Teatro”, in Tòdero trovano il culmine, all’interno di una Riforma del teatro che fu un processo graduale: dalla Fase di Transizione (come ne Il servitore di due padroni, 1745) si passò all’inversione definitiva con le Sedici commedie nuove (1750-1751) che consolidò l’abbandono del canovaccio tipico della Commedia e il trionfo del “carattere” sulla maschera. L’amarezza dell’opera è smorzata dai personaggi femminili: Marcolina è la voce della ragione, rappresentante la nuova borghesia “Se ghe xe un vizio che rovina le case, el xe l’avarizia” ed è la sua astuzia “Bisogna lassarlo montar su, e po strassarlo”, a sconfiggere la tirannia del suocero. Il successo perpetuo dell’opera conferma l’attualità di Goldoni: la sua opera ci mette di fronte ai vizi ancestrali, rendendo Sior Todero Brontolon l’emblema ancora moderno delle dinamiche sociali velenose, trasformando il teatro in un ambiente di riflessione, e non limitandolo alle sole gag.del Teatro Carlo Goldoni (ex Vendramin, il più antico di Venezia e oggi Teatro Nazionale.
Produzione
Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro de gli Incamminati, Centro Teatrale Bresciano
Drammaturgia
Piermario Vescovo
Regia
Paolo Valerio
Interpreti
Franco Branciaroli
e con Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli, Alessandro Albertin, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Valentina Violo, Emanuele Fortunati, Davide Falbo, Federica Di Cesare
in collaborazione con I Piccoli di Podrecca
Scene
Marta Crisolini Malatesta
Costumi
Stefano Nicolao
Musiche
Antonio Di Pofi
Luci
Gigi Saccomandi
Movimenti di scena
Monica Codena
Repliche
Sabato 29/11/2025 19:30
Domenica 30/11/2025 16:00
info spettacoli 010 5342 720
teatro@teatronazionalegenova.it
biglietteria@teatronazionalegenova.it
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