“STUDIO PER CORPO CENTRALE”: AL TEATRO AKROPOLIS UN MODO NUOVO DI RACCONTARE GENOVA

Di il 11 Novembre 2019
Ph @culturacomuneforlì.it

Intervista a Claudio Angelini, l’ideatore del progetto artistico e multimediale, in scena giovedì 14 novembre al Teatro Akropolis, per esplorare e capire meglio la nostra città. “Genova, con la sua multiformità, può dirci molte cose sulle parole confine e frontiera”

GENOVA – Nell’ambito della X edizione del festival “Testimonianze, ricerca e azioniTeatro Ebla, in collaborazione con Teatro Akropolis, porta il singolare progetto “Studio per Corpo centrale: Genova. Conferenza-spettacolo. Prima tappa di lavoro”, in scena giovedì 14 novembre alle ore 19.45 al Teatro Akropolis (Via Mario Boeddu 10, Sestri Ponente).

Si tratta del primo studio di un progetto multimediale che unisce fotografia, video, arte, danza e propone un racconto e di un’esplorazione di alcuni luoghi della città, per riflettere sui limiti e confini della struttura urbanistica di Genova.

Il progetto richiede la partecipazione attiva del pubblico e giungerà alla sua forma definitiva nel 2020 e sarà presentato all’interno di Testimonianze ricerca azioni XI.

Per capire meglio l’originalità di quest’opera abbiamo fatto qualche domanda a Claudio Angelini, fondatore di Città di Ebla, (collettivo artistico teatrale nato nel 2004 ndr) ma anche regista, direttore del festival Ipercorpo e dal 2012 condirettore del Teatro Diego Fabbri di Forlì.

Come nasce il suo progetto?

Mi occupo della direzione artistica di un collettivo teatrale “La città di Ebla” e il mio ultimo lavoro scenico si intitolava “Corpo Centrale” nell’ambito del festival Ipercorpo. Era pensato sul viale a quattro corsie, su modello del boulevard francese, di Forlì, la mia città. Questo viale è molto strano perché in Romagna nessuna città ne ha uno di questa dimensione ed ampiezza, il mio interesse era di provare a raccogliere immagini ed invitare artisti, in questo caso danzatori, a ripensare allo spazio di questo viale e a riconnetterlo con la sua dimensione attuale non solo come luogo di attraversamento stradale o di passeggio.

Festival Ipercorpo @Gianluca Camporesi

Ho pensato che un lavoro di tipo artistico e spettacolare potesse svelarlo sotto una luce diversa e quindi mi sono messo a raccogliere appunti di carattere visivo come fotografie e video. Poi ho chiesto al danzatore Andre Costanzo Martini di venire a toccare alcuni punti di questa via, degli scorci, usando la sua materia che è la danza e quindi… danzando. Tutto questo materiale è stato rielaborato e tutto quello che si vede avviene su un palco attraverso la messa in scena e frammenti video e fotografici.

Perchè ha scelto la città di Genova come tappa del suo spettacolo? È stato ispirato da qualche angolo in particolare?

Teatro Akropolis è una realtà con cui siamo in contatto da molti anni così come con David Beronio (uno dei direttori artistici ndr) e da molto tempo portiamo i nostri lavori a Genova e quindi c’è scambio continuativo.

Da Teatro Akropolis c’è stata questa sfida di voler provare a pensare ad un lavoro che potesse essere calato sulla città di Genova. Questa città ha una enorme complessità e non si può usare solo un viale, quello che io sto facendo da “straniero” e mi interessa sottolineare questa parola perché la conosco pochissimo. Voglio iniziare a raccogliere materiale su Genova come ho fatto con Forlì.

Questo tipo di conferenza spettacolo è possibile grazie alla grande apertura, alla capacità e alla volontà di sperimentazione che il Teatro Akropolis offre; non sono in molti che lo farebbero. È un contesto molto aperto e dinemico e non potrei farlo altrove. Sono molto contento di poterlo fare in una città come Genova perché non è ascrivibile sotto nessun tipo di stereotipo, non esiste una cartolina che possa contenere tutta questa città. Genova riporta domande e non risposte. Oggi nessuno sa che cosa è una città, ed è una frase certamente valida per Genova. In una dimensione cosi allargata e multiforme si presta ad un’opera di esplorazione con la possibilità di calarsi in un ambiente urbano per osservarlo e perlustrarlo. Il filo che a me interessa tirare su questo lavoro è su Genova, sulle frontiere e sul confine.

Confine è luogo che traccia limiti invalicabili e impedisce passaggio libero, è infatti attorno ai confini che avvengono i conflitti; attorno ad una frontiera invece ci si fronteggia e ci si guarda non come in un luogo fisso ma come in un luogo di scambio e in movimento.

Genova nella sua multiformità penso possa dirci molte cose su queste due parole.

In che modo? Attraverso lo sguardo che proponiamo, attraverso immagini fotografiche, attraverso un lavoro che mi impegnerà per il 2020. Chiederò una moltiplicazione dello sguardo ad amici attori e danzatori che possono venire a visitarla con me attraverso la dimensione sonora e artistica, tutto questo lo riporterò ad un dispositivo scenico e lo metterò in scena e quello che accadrà sarà uno spettacolo.

Cosa intende per conferenza spettacolo?

Quello di giovedì sarà soltanto uno spunto iniziale, l’inizio di un lavoro. Voglio riportare elementi e scorci di chi sarà presente quindi la sperimentazione non riguarda il fatto che io venga a dire cose su Genova ma che sia io a raccoglierle e questo avverrà grazie, mi auguro, alla partecipazione di alcune persone che ho invitato infatti nel titolo c’è scritto “Città di Ebla + GUEST”.

Saranno sul palco con me i due direttori artistisi del Teatro Akropolis, David Beronio e Clemente Tafuri, il professor Pelleri -semiologo già collaboratore in passato del Teatro ed insegnante all’università di Savona- Davide Fabbri che si occupa della musica e lavora con me da tempo e in collegamento Skipe ci sarà Riccardo Fazi che è il drammaturgo di Muta Imago, collettivo artistico romano.

Però ci sarà anche il pubblico e io farò vedere delle immagini, leggerò dei frammenti, farò ascoltare dei suoni e voglio provare a costruire uno scambio per 1 ora e mezza con i genovesi presenti.

Quindi si configura come una raccolta di materiali, ovviamente io proporrò delle chiavi di lettura ma sono interessato prettamente alla raccolta di materiale. Giovedì è soltanto un primo studio che vuole creare sollecitazioni per coloro che saranno presenti.

Il luogo comune sostiene che noi genovesi siamo persone schive e chiuse, come si aspetta che reagiranno i cittadini e la città ad un progetto come il suo?

Non mi aspetto nulla. Non voglio venire con delle aspettative, vengo con una curiosità e spero di essere un elemento di sollecitazione.

Posso dirti cosa mi aspetto da me. Mi aspetto di venire e portare al pubblico delle sollecitazioni che forniscano una linea un po’ più aperta e che possano condurli nella città e proietterò immagini che possano calarsi nella loro esperienza di vita nella città di Genova. Ci saranno diverse persone sul palco e nel pubblico, mi auguro che quello che porterò sarà un elemento di spunto.

Se solleciterà poco, non funzionerà. Per cui la curiosità è vedere come e cosa potrà aprire questo incontro e l’obbiettivo è che io possa creare curiosità per far sì che la gente partecipi in maniera attiva o silenziosa, magari semplicemente interessandosi.

Lascerò anche la mia mail affinché chi vuole possa portarmi e mandarmi contributi. Deve essere uno spazio aperto che vuol provare a far pensare, immaginare, vivere e percepire usando come linea cardinale il concetto di confine e frontiera.

Il progetto avrà una forma definitiva nel 2020. Quali sono i risultati che si propone?

Quello che sarà la messa in scena del 2020 non lo so però sono abbastanza certo che userò degli strumenti di tipo multimediale. Mi servirò del testo, della fotografia, cercherò di incrociare il corpo danzante con lo spazio della città ma non so come saranno pesate e quale sarà l’elemento preponderante e il montaggio.

Sono già venuto a Genova a fare delle riprese quando sono stati fatti brillare i resti del ponte Morandi e tornerò se si abbateranno gli aggregati abitativi della Diga di Begato. Tornerò comunque a prescindere anche se questi due elementi hanno ruolo centrale nei concetti di limite e frontiera.

Nel suo intervento nel libro di Teatro Akropolis ha scritto che “un fatto artistico riguarda una delle più belle esperienze dell’umano […] anche e soprattutto quando ti porta via”, che cosa intende per “portare via”?

Per poterti rispondere ti chiederei quale libro o altra forma d’arte ti ha emozionata e sconquassata, credo che questa esperienza ti abbia portato via e penso che tu stessa possa perfettamente capire la sensazione. È qualcosa di individuale, lo puoi descrivere in base a ciò che ha colpito te e quindi portato via, se ti dico cosa ha colpito me rimane comunque limitato alla dimensione di racconto.

Il festival “Testimonianze, ricerca e azione” è ormai arrivato alla X edizione. Quali sono, secondo lei, le motivazioni alla base del successo che sta ottenendo Teatro Akropolis?

Credo che la risposta sia molto chiara: la coerenza, mantenere con tenacia e precisione la linea linguistica molto precisa che non è popolare e non ammicca in nessun modo. Ciò richiede una forte presenza di chi assiste, è un teatro che non intrattiene ma trattiene.

Trailer della X edizione del festival “Testimonianze, ricerca e azioni”

David Beronio a Forlì disse che il festival è l’estensione del lavoro scenico, ciò che loro fanno è tenere sempre una certa linea di artisti e provare a sperimentare anche se a volte si può anche non avere un esito confezionato.

Grazie a questo modo di vedere le cose ho potuto fare questo studio e hanno accettato in questa formula pienamento in linea con il lavoro che stanno svolgendo.

Il libro è un’ulteriore formula che unisce parte scenica e produzione speculativa, proseguono le linee di lavoro con la loro varietà e multiformità con grandissima coerenza. La chiave dell’importanza del loro lavoro è che non riguarda più soltanto Genova ma tutta l’italia, è un avamposto del teatro sperimentale. Aderiscono alla loro indole ascoltando ciò che sono.

Silvia Siri

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