PANORAMIC BANANA: MICHELE DI STEFANO PORTA SUL PALCO DELLA TOSSE UNA DANZA SELVAGGIA SUL DESIDERIO DI UN ALTRO MONDO. L’INTERVISTA

Di il 2 Febbraio 2026

Lo spettacolo della compagnia MK arriva a Genova il 6 febbraio alle 20:30 all’interno della rassegna Resistere e Creare. Il coreografo, vincitore del Leone d’Oro, porta in scena un lavoro che invita lo spettatore a lasciar perdere le spiegazioni e a immedesimarsi nell’energia dei corpi. 

di Sara Debiaggi

GENOVA – Arriva giovedì 6 febbraio alle 20:30 al Teatro della Tosse Panoramic Banana, spettacolo di danza contemporanea della compagnia MK, ideato e firmato da Michele Di Stefano, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Inserito nella rassegna Resistere e Creare, il lavoro accompagna lo spettatore in un ambiente sonoro e visivo che richiama un immaginario tropicale e acquatico, invitandolo ad abbandonare ogni chiave di lettura razionale per lasciarsi attraversare dall’energia dei corpi in movimento.

Il titolo “Panoramic Banana” e il sottotitolo “album degli abitanti del Nuovo Mondo” possono spiazzare lo spettatore. È stata una scelta consapevole?

Panoramic Banana è volutamente un titolo un po’ misterioso. È un modo per evocare una visione d’insieme, una visione panoramica sul mondo, senza però la pretesa di spiegarlo o definirlo fino in fondo. Anche il sottotitolo, “album degli abitanti del nuovo mondo”, va nella stessa direzione: come se volessimo provare a immaginare che cosa ne sarà del nostro futuro.
In realtà è anche un gioco per dire che non abbiamo risposte. Non sappiamo davvero cosa ci aspetta: potrebbe essere un mondo segnato dalle guerre, oppure, per fortuna, aprirsi a nuove possibilità per la razza umana. Io non credo molto agli spettacoli “su qualcosa”, soprattutto nella danza. La danza è danza, e si costruiscono dei pretesti per rendere possibili quelle danze sul palcoscenico, senza l’ansia di doverle tradurre o spiegare. In questo senso anche il titolo vale quasi quanto un altro ed è, allo stesso tempo, una suggestione presa direttamente dal disco che ha ispirato il lavoro.

Nel materiale di presentazione si parla di una storia di conquiste e soprusi. Questa dimensione è un elemento critico nei confronti della società contemporanea?

Oggi l’idea di un “altrove” autentico non esiste più davvero. In qualunque parte del mondo c’è sempre qualcuno che sta fotografando quel luogo, che lo sta osservando e consumando. Eppure continuiamo a cercare disperatamente questo altrove, soprattutto attraverso il turismo.
Lo spettacolo nasce anche da questa consapevolezza: sappiamo che quell’altrove non c’è più, ma abbiamo comunque bisogno che continui a esistere nelle nostre menti, perché ci serve per sognare vite differenti. È una contraddizione che attraversa il nostro presente e che inevitabilmente fa da filo conduttore per lo spettacolo.

Nella descrizione dello spettacolo si parla di un ambiente “sonoro, acquatico, tropicale” e di un desiderio di ritorno a una dimensione più selvaggia e primordiale. Questa scelta è legata anche a una riflessione sul nostro rapporto con la natura?

Il lavoro nasce dal tentativo di scatenare l’elemento selvaggio della danza, creando un contesto che permetta a questa energia di uscire dal corpo. All’inizio i danzatori sono coperti, anche nei volti, come se avessero addosso una pelle ulteriore, uno schermo.
Durante la performance questa pelle viene tolta progressivamente, come se cadesse qualcosa che trattiene, e a un certo punto si libera l’energia che c’è all’interno. È un gioco costruito su questa trasformazione. Allo stesso tempo è un modo per interrogarsi su come oggi possiamo utilizzare la categoria del selvaggio per il corpo, senza passare attraverso la retorica del “buon selvaggio” o dell’idea di una natura incontaminata, che sono categorie che semplicemente non esistono più.

Lo spettacolo dà la sanzione di far entrare lo spettatore in un mondo che è già in movimento. Da dove avete iniziato a costruirlo: da un’immagine, dal disco dei Creatures o dal lavoro sul movimento?

Io parto quasi sempre dai corpi e dalla sala prove, perché è ciò che mi interessa di più. È lì che nasce davvero il lavoro. In questo caso, però, c’era anche una limitazione formale molto precisa: il desiderio di rendere omaggio a un disco degli anni Ottanta, con una struttura caratterizzata da brani piuttosto brevi.
Questo ha influito direttamente sulla forma dello spettacolo, che si sviluppa come una successione di danze diverse tra loro, tutte animate dallo stesso tentativo di far uscire l’energia dal corpo. Il lavoro coreografico è stato quello di permettere a queste danze di articolarsi in modo diverso, pur restando all’interno dello stesso universo.

Se una persona entra a teatro dicendo “io non capisco la danza contemporanea”, cosa speri che succeda durante lo spettacolo e cosa ti piacerebbe che si portasse dietro uscendo dalla sala?

Spero che, a un certo punto, smetta di preoccuparsi di capire. La danza funziona davvero quando ci si libera dall’ansia della traduzione e si accetta ciò che si vede per ciò che è: musica, energia, corpi che si muovono.
Di recente sono stato in Brasile, in un sambodromo dove si preparava il carnevale: c’erano più di mille persone, di età completamente diverse, ragazzine di dodici anni e persone anziane, tutte immerse nella stessa energia. La cosa impressionante era proprio la mescolanza: non ti preoccupavi più di capire il contesto, ti lasciavi andare.
Succede anche a teatro: quando guardiamo un corpo che danza, lo riconosciamo a livello corporeo, non intellettuale. C’è una trasmissione energetica diretta. A me basta che le persone, dall’adolescenza all’età adulta, si sintonizzino su quella frequenza.

È la prima volta che porti uno spettacolo al Teatro della Tosse? Che rapporto hai con Genova?

Credo sia la prima volta alla Tosse. A Genova non siamo venuti spesso, anche se abbiamo lavorato in città in altri contesti, come a Palazzo Bianco con una serie di performance, e in alcuni spazi più marginali. È comunque da un po’ che mancavamo.
Abbiamo però un legame con la città e con alcune persone con cui abbiamo condiviso esperienze di laboratorio e percorsi di danza nel corso degli anni. Tornare qui ci fa piacere e speriamo di ritrovare ancora quel calore durante le repliche.

Panoramic Banana è inserito nella rassegna Resistere e Creare: per te fare danza oggi è anche un modo per resistere?

Più che di resistenza parlerei di esistenza. Credere nella danza ti pone automaticamente in una prospettiva diversa nel rapporto con gli altri. Hai meno paura delle persone, più fiducia nell’essere umano. Sai che il corpo può scatenare piaceri dinamici, un’energia condivisa. È un po’ come nel carnevale: tante persone diverse che si muovono spinte da un’energia in eccesso. Quando vedi quella forza collettiva, ti viene spontaneo sorridere. E con un sorriso sulla faccia, probabilmente, è più difficile fare del male a qualcuno.

“Panoramic banana” è in scena venerdì 6 gennaio alle ore 20:30 al Teatro della Tosse di Genova. 

Per maggiori informazioni visita il sito


Su Redazione

Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela Biagini

Devi essere loggato per postare un commento Accedi

Lascia un commento