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LA CENSURA CONTRO L’ESPLOSIVITÀ DEL TEATRO: “IL RITO” DI INGMAR BERGMAN AL DUSE DAL 27 FEBBRAIO
Per quattro serate, fino al 2 marzo, la regia di Alfonso Postiglione sarà ospite del Nazionale con un nuovo adattamento dello spettacolo televisivo svedese del 1969
GENOVA – Da giovedì 27 febbraio a domenica 2 marzo al Teatro Eleonora Duse va in scena “Il rito”, spettacolo tratto da un lavoro di Ingmar Bergman scritto per la televisione svedese, andato in onda nel 1969. La regia di Alfonso Postiglione pone al centro della trama una decisa presa di posizione contro la censura intrisa di venature a tratti ironiche e grottesche. Maggiori informazioni di seguito.
Da giovedì 27 febbraio a domenica 2 marzo | Teatro Eleonora Duse
Il rito
di Ingmar Bergman; traduzione di Gianluca Iumiento
adattamento e regia Alfonso Postiglione
con
Alice Arcuri (Thea Winkelmann); Giampiero Judica (Sebastian Fischer);
Alfonso Postiglione (Giudice Ernst Abrahmsson); Antonio Zavatteri (Hans Winkelmann)
scene Roberto Crea; costumi Giuseppe Avallone; disegno luci Luigi Della Monica
musiche Paolo Coletta
partitura fisica Sara Lupoli
produzione Ente Teatro Cronaca; Teatro di Napoli – Teatro Nazionale; Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
durata – 1h40 minuti (escluso intervallo)
Al teatro Eleonora Duse di Genova, da giovedì 27 febbraio a domenica 2 marzo, sarà in scena – ospite del teatro Nazionale per quattro serate, dopo una tournée tra Napoli e Roma – Il rito da un lavoro di Ingmar Bergman, tratto dall’omonimo film (in originale Riten) scritto e diretto da Ingmar Bergman nel 1968 e uscito l’anno successivo, il primo da lui realizzato direttamente per la televisione, l’ultimo girato interamente in bianco e nero.
Un altro lavoro di Ingmar Bergman, a poco meno di un mese dal bel successo di Sarabanda, nella messa in scena a cura di Roberto Andò.
Ingmar Bergman cominciò a scrivere Il rito pensandolo come allestimento teatrale per il Dramaten di Stoccolma, incoraggiato dal favore di Erland Josephson, suo sodale e consigliere. Ma il regista-autore ci ripensò e lo dirottò verso una “partitura filmata per primi piani”. Il film è una sorta di cinema da camera, girato in interni con soli quattro personaggi, ed è incentrato sul rapporto, spesso conflittuale, tra autorità costituita e azione artistica.
Nello specifico, lo spettacolo è tratto dal testo originale integrale, da cui Bergman sviluppò in seguito la sceneggiatura, costituendosi, dunque, come una sorta di inedito.
Oltre la censura subita spesso da Bergman ai suoi tempi, ed oggi strisciante in maniera sempre meno latente tra le pieghe più varie del nostro vivere sociale, nel testo è centrale il tema della impossibilità di contenere la potenzialità destabilizzante dell’atto artistico, votato a stanare le verità dell’essere umano, a rischio anche della morte. Si sviluppa in nove scene ambientate esclusivamente in interni.
Trama
Tre attori di teatro di varietà (i coniugi Hans e Thea con Sebastian, amante della donna) sono stati denunciati per l’oscenità presunta di un numero del loro ultimo spettacolo. Un giudice incaricato (Ernst Abrahmsson) li interroga per decretarne l’eventuale condanna. Dai colloqui con gli artisti in cui si scoprono soprattutto le loro ambigue e tese relazioni, l’uomo non riesce a farsi una idea chiara della faccenda e finisce per assistere alla performance allestita nel suo stesso ufficio, con conseguenze fatali. La performance dei tre artisti si rivela una sorta di rito dionisiaco dalle chiare valenze simboliche, in cui la forza della creazione artistica vince sui tentativi di censura e normalizzazione di una qualsivoglia autorità, politica o sociale. E per ciò, il rito si configura come una sorta di parodia delle Baccanti di Euripide. Il giudice può corrispondere facilmente alla figura di Penteo, in aperta ostilità nei confronti dei tre artisti, dietro i quali si celano identità e funzioni da sacerdoti dionisiaci.
Note di regia
L’impianto scenico si presenta come una grande scatola bianca, indefinita, al centro della quale campeggia una piattaforma sospesa, su cui è allestito, in nero, l’ufficio del giudice Abrahmsson. L’uomo è rintanato lassù, rifugiato dal mondo, protetto dal suo abito istituzionale. Non osa, forse non può, o non sa, allontanarsi dal suo ambito. I tre artisti agiscono sul bianco ineffabile nelle loro intime relazioni, quando non interrogati dall’autorità del magistrato, che li accoglie, alternandoli, sulla piattaforma-ufficio. In realtà, il loro è una sorta di assedio volontario, di assalto all’istituzione, di contagio artaudiano con i germi della loro libertà artistica e del loro consapevole azzardo esistenziale.
Il rito, teatralmente, è soprattutto una partitura di parole e rapporti fisici tra i personaggi. La natura muscolare delle fisionomie al centro della vicenda ne fanno materia per un moderno kammerspiele. L’aggressività è evidente, nei confronti tra le parti, e risalta la scontrosità delle identità in gioco.
Ma già dopo la prima scena, il gioco si fa più prepotente da parte del censore. L’azione scardinante dei vari interrogatori comincia a mostrare i meccanismi che regolano i rapporti, moralisticamente discutibili, del terzetto di artisti. Le dichiarazioni diventano vere e proprie confessioni, sempre più intime. Ci sembra quasi di sentire i miasmi e avvertire i rumori interiori di queste individualità tenute insieme da relazioni malate, sul filo dell’eccezione. E allora sotto un’inchiesta dai vaghi toni kafkiani, con l’accusa di oscenità ci finisce la vita stessa, nel nostro caso quella di tre individui, troppo liberi e creativi rispetto alla morale comune. E si dispiegano dunque la fragilità e ipersensibilità nevrotica della bellissima Thea, la vanità violenta dell’irresponsabile Sebastian, la razionalità noiosa di un più calcolatore Hans. Ma a poco a poco i piani iniziano a ribaltarsi. Nel corso dell’istruttoria, anche il giudice svela le sue frustrazioni e sgradevolezze, abbrutito da una disperata solitudine e ricattato dalle debordanti umanità dei tre artisti. Nell’ultima scena, dove c’è il rito per antonomasia, quello dionisiaco della Elevazione, c’è il lasciarsi andare definitivo, il consegnare il peso di una intera esistenza.
Il rito di cui forse ci parla davvero Bergman è dunque quello dello svelarsi, raccontarsi, esibirsi continuamente e sfacciatamente e così facendo consegnare le proprie colpe a qualcuno, fosse anche la colpa ultima di vivere, rischiando anche di perderla, la vita.
Un atto catartico che afferma la necessità, fin dalle notti dionisiache, dell’atto ineludibile della (auto)rappresentazione. Denunciare come osceno un rito accusando l’arte e gli artisti di essere portatori (in)sani dell’atto misterico, ci spinge a sospettare, ancora oggi, che l’unica sacralità possibile è contenuta, prima ancora che nell’atto, nello sforzo artistico. E ciò, in un mondo che si impegna a celebrare quotidianamente la lunga agonia dell’estinzione di Dio. E dell’uomo (Alfonso Postiglione)
Alfonso Postiglione
Napoletano, classe 1970. Attore e regista, si forma alla Civica Scuola d’Arte Drammatica
Paolo Grassi di Milano. Come attore teatrale lavora, tra gli altri, con Marco Baliani, Gigi Dall’Aglio, Davide
Iodice, Massimiliano Civica, Leo Muscato e con gli stranieri Eimuntas Nekrosius, David Greig e Graham Eatough.
Al cinema e nella fiction tv, lavora con Paolo Sorrentino, Antonio Albanese, Alberto Sironi, Maurizio Zaccaro, Stefano Sollima, Francesca Comencini, Mario Martone, Lucio Pellegrini, Luca Miniero, Roberto Andò e con Terrence Malick e Xavier Giannoli.
Nel 1995, è co-fondatore della compagnia Rossotiziano, tra le formazioni più riconosciute del nuovo teatro italiano degli anni ‘90 e attiva fino al 2005, per cui lavora come attore, regista e autore di nuova drammaturgia
Oltre venti le sue regie teatrali, e dirige anche diversi documentari, videoclip musicali e cortometraggi, per cui vince vari festival e, nel 2009, il Globo d’Oro della stampa estera in Italia.
Ta le regie teatrali ricordiamo, nel 2015, La riunificazione delle due Coree di Joël Pommerat e, tra le ultime, la biografia teatrale del pugile Patrizio Oliva, Patrizio vs Oliva e diversi progetti per il Teatro di Napoli-Teatro
Nazionale, tra cui il dittico dell’autore americano Neil LaBute, Autobahn e Fat Pig. Nel 2021, sempre per il Teatro di Napoli, in coproduzione con Mad Entertainment e Mosaicon Film, dirige l’esperimento tra teatro e cinema, La vita nuda filmdrama dalle novelle di Luigi Pirandello. Nell’inverno del 2025, debutterà la sua nuova regia teatrale La ragione degli altri liberamente tratta dall’opera omonima di Luigi Pirandello, con la drammaturgia di Linda Dalisi.
Il rito è in scena al Teatro Eleonora Duse, da giovedì 27 febbraio a domenica 2 marzo:
giovedì e sabato,19h30; venerdì, 20h30; domenica, 16h00
Info e biglietti
telefono 010 5342 720; e-mail teatro@teatronazionalegenova.it; biglietti@teatronazionalegenova.it
C.S.
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiMessaggi correlati
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