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“IL GIRO DI VITE”, LA PRIMA TRA OPERA E PROSA INCANTA GENOVA: OMBRE E SEGRETI AL TEATRO IVO CHIESA. LA RECENSIONE
Il 12 ottobre un doppio spettacolo ha inaugurato le nuove stagioni del Nazionale di Genova e del Carlo Felice, portando in scena l’inquietudine del capolavoro di Henry James in un’esperienza che scuote e affascina lo spettatore
di Alessia Spinola
GENOVA – Quand’è che viene spezzata l’innocenza infantile? Ma soprattutto, sono davvero così innocenti i bambini? Queste sono solo due delle domande attorno cui ruota “Il giro di vite” (The turn of the screw), una delle più celebri ghost story di sempre scritta da Henry James e ora in scena a Genova in un doppio appuntamento inaugurale che vede la collaborazione tra il Teatro Nazionale di Genova e il Teatro Carlo Felice. Il 12 ottobre sono state infatti inaugurate le nuove stagioni dei due teatri con un evento unico in Italia che ha coniugato opera e prosa: con un doppio spettacolo in un Teatro Ivo Chiesa fresco del termine della prima tranche dei lavori di ristrutturazione, Davide Livermore ha messo in scena il celebre racconto scritto da Henry James nel 1898 con un inedito adattamento in prosa curato da Carlo Sciaccaluga e la raffinata opera composta da Benjamin Britten nel 1954.
“Il giro di vite” narra la storia di una giovane e bella istitutrice che accetta l’incarico di badare a due piccoli orfani, Flora e Miles, affidateli dallo zio tutore in quanto quest’ultimo è sempre in viaggio e non ha né il tempo né la voglia di occuparsene. C’è però un’unica condizione: l’istitutrice non dovrà mai disturbare il padrone, per nessuna ragione al mondo. Siamo nella campagna inglese dell’Ottocento, a Bly, dove si trova l’abitazione dei bambini e dove la giovane donna farà la conoscenza loro e di Mrs. Grose, la governatrice. I primi giorni tutto sembra idilliaco, finché, una notte, l’incantesimo viene spezzato: passeggiando per il giardino, l’istitutrice nota sulla torretta della casa la figura di un uomo a lei sconosciuto, che non fa niente se non osservare e che scompare così improvvisamente com’è apparso. Pochi giorni dopo scoprirà che ad aggirarsi indisturbata per la casa c’è anche una donna. Sarà parlando con Mrs. Grose che l’istitutrice verrà a conoscenza del fatto che si tratta dei fantasmi di Peter Quint, ex servitore a Bly, e Miss Jessel, la precedente istitutrice dei ragazzi. Un orrendo segreto lega i bambini e gli spiriti: sarà compito dell’istitutrice scoprirlo e salvarli dalla perdizione.

Come detto prima, la storia viene raccontata con due spettacoli, prima con quello di prosa, poi con l’opera, che meritano due riflessioni distinte. Partiamo dalla prosa:

Della prosa la prima cosa che salta all’occhio è la scenografia: essenziale, curata e versatile. Le pareti si muovono perfettamente in una danza scenografica che va a tempo con gli attori sul palco, capaci di diventare un giardino, un lago o una più semplice camera da letto. L’istutirice è interpretata da una bravissima Linda Gennari che saputo dare un volto a paure e timori, rendendo il suo ruolo magnetico: impossibile distoglierle lo sguardo. Molto bravi e capaci anche il resto degli attori, in grado di creare una tensione sempre crescente e di tenere lo spettatore sull’attenti.
Quella andata in scena non è una semplice storia di fantasmi: c’è la suggestione di rendere le anime libere (tema che, tra l’altro, rimanda a un altro spettacolo diretto da Livermore, Il viaggio di Victor), degli abusi sessuali sui minori e, tra le altre cose, della costante lotta tra il bene e il male. Il focus è indubbiamente sui bambini e sulla loro crescita, analizzata dal punto di vista delle due donne (l’istitutrice e Mrs. Grose) che sono assillate dagli stessi dubbi e preoccupazioni delle educatrici dell’epoca tardo-vittoriana. La lente d’ingrandimento è però su Miles, la cui mascolinità è in fase di sviluppo e sembra non sapere il binario da seguire, rendendolo più vulnerabile.

Uno spettacolo, dunque, che al suo termine lascia lo spettatore con la voglia di rivederlo per potersi immergere nuovamente in quell’atmosfera gotica inquietante ma allo stesso tempo ipnotica, di cui non si può fare a meno di essere attratti. Riflettendoci, alla fine dello spettacolo ci si sente proprio come Flora e Miles: sai che andrai ad assistere a un qualcosa di disturbante, ma non puoi farne a meno.
Per la parte dell’opera il discorso è similare, ma con qualche nota:

Personalmente, la parte dell’opera l’ho trovata meno efficace di quella in prosa, in quanto la narrazione mi è apparsa più sbrigativa, ridotta all’osso, con interpreti che hanno cantato magistralmente ma non sono stati in grado di regalare allo spettatore lo stesso pathos della parte in prosa. C’è però da dire che i due spettacoli insieme formano un puzzle che fornisce una visione completa della storia con elementi che vanno a integrare le parti mancanti di entrambi gli spettacoli, quindi mi sento di consigliare la visione di entrambi, uno dietro l’altro. Nell’opera è stato dato maggior rilievo alla parte psicologica dei personaggi e dei bambini in particolar modo, ai quali sono state assegnate filastrocche apparentemente prive di significato, ma che invece contengono versi ricchi di doppi sensi che, in bocca a persone di così giovane età, smentiscono l’idea vittoriana dell’infanzia immacolata.
In conclusione, quelli de “Il giro di vite” (The turn of the screw) sono due spettacoli che meritano assolutamente di essere visti, capaci di raccontare una storia delicata in modo contemporaneo e coinvolgente e di lasciare lo spettatore a bocca aperta. Fatevi un favore, anzi, per rimanere in tema con la nuova stagione del Teatro Nazionale di Genova, fate una follia: andate a teatro.
Gli spettacoli sono in scena fino al 26 ottobre.
Calendario recite:
12, 13, 16, 18, 20 ottobre: dittico prosa + opera
15, 17, 19, dal 22 al 26 ottobre: prosa
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiMessaggi correlati
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