L’ACOUSTIC NIGHT SPEGNE 26 CANDELINE, BEPPE GAMBETTA: «ESPLORIAMO NUOVI ORIZZONTI MUSICALI PER CONTINUARE A SOGNARE SUL PALCO» . L’INTERVISTA

Di il 16 Maggio 2026

Dal 21 al 23 maggio il chitarrista genovese torna al Teatro Ivo Chiesa con tre giovani talenti americani premiati dall’IBMA tra cui Trey Hensley, miglior chitarrista 2025 secondo l’International Bluegrass Music Association. Nel frattempo, il suo nuovo album prende forma: due composizioni inedite debuttano sul palco

di Sara Debiaggi

GENOVA – L’Acoustic Night di Beppe Gambetta torna puntuale ogni maggio al Teatro Ivo Chiesa, portando sul palco il meglio della chitarra acustica internazionale. Quest’anno, dal 21 al 23 maggio, il chitarrista e compositore genovese condivide la scena con tre giovani fuoriclasse americani: Trey Hensley, considerato oggi il numero uno della chitarra acustica e miglior chitarrista 2025 secondo l’International Bluegrass Music Association; Maddie Denton, violinista dell’anno IBMA 2025, ex professoressa di biologia e campionessa di golf prima di scegliere definitivamente la musica e Hayes Griffin, polistrumentista con cui Gambetta ha già suonato in tour negli Stati Uniti. Goa Magazine lo ha incontrato per una chiacchierata prima delle serate, ecco cosa ci ha raccontato.

L’Acoustic Night è ormai un rito che si ripete da oltre 25 anni. Cosa la spinge a reinventarlo ogni anno?

«Sicuramente il successo degli anni precedenti e il fatto che il pubblico genovese ci premia tantissimo e ci dà la forza di continuare. Abbiamo provato negli anni a portare questo evento anche ad altri teatri, ma alla fine abbiamo capito che doveva crescere a Genova. Invece di andare fuori dalla nostra città, abbiamo preferito aggiungere serate e far venire tanti cari amici anche da lontano. Anche quest’anno sono previsti arrivi dagli Stati Uniti e da tutta Europa, dall’Olanda alla Germania. Questa magia che si ripete ci spinge a continuare e a trovare nuovi temi. L’Acoustic Night ci fa lavorare per tutto l’anno, perché dobbiamo essere anche un po’ talent scout. Io e mia moglie, che insieme a me cura la direzione artistica, quando ascoltiamo artisti in festival lontani ci guardiamo e ci diciamo: questo sarà un artista dell’Acoustic Night? Se intuiamo che ci sia del cuore, che ci sia la voglia di incontrare gli altri, li mettiamo nella nostra lista speciale.»

Dal 21 al 23 maggio il chitarrista genovese torna al Teatro Ivo Chiesa con tre giovani talenti americani premiati dall’IBMA.

Per questa 26ª edizione ha scelto tre giovani talenti premiati dall’IBMA (International Bluegrass Music Association). Cosa l’ha colpita di loro e cosa porteranno sul palco?

«Sono particolarmente virtuosi e rappresentano le nuove generazioni. Trey Hensley è attualmente il numero uno nel campo della chitarra acustica. Quando l’abbiamo contattato, lui conosceva la mia musica e il mio percorso, e quindi c’è anche un rispetto per le generazioni venute prima di lui. Maddie Denton era un’avviata professoressa di biologia e già campionessa di golf e ha lasciato tutto per dedicarsi alla musica. Hayes Griffin invece lo conosco meglio perché abbiamo già suonato insieme. C’è anche un significato particolare: circa 25-30 anni fa insegnavo in un piccolo negozio dell’Ohio e arrivò questo bambino incantato dalla chitarra. Gli regalai il mio plettro e gli dissi: non perderlo, contiene tutte le note che ho suonato. Quel bambino è lui. Quel bambino insieme a me sul palco all’Acoustic Night rappresenta il passaggio del testimone, che è molto importante nella musica. Mi viene in mente Fabrizio De André quando parlava delle piccole gocce di bellezza: gesti che qualcuno potrebbe considerare insignificanti ma che possono cambiare la vita di una persona.»

Ogni edizione ha un tema centrale. Qual è quello di quest’anno e cosa racconta?

«Il tema fondamentale è quello delle jam band, uno stile che si è sviluppato negli anni Sessanta nella controcultura di San Francisco, con band incredibili come i Grateful Dead, Jefferson Airplane e i Mamas & Papas. Molte di queste band lasciavano una parte dello spettacolo alla libera improvvisazione, un’improvvisazione che rompeva i confini della musica e aveva come spirito la ricerca della pace, il rispetto della natura, la voglia di divertirsi. Da quella stagione musicale sono arrivate tante avanguardie, anche nella musica acustica, e gli artisti che abbiamo scelto hanno nelle loro corde questa libertà improvvisativa. Ognuno suonerà il proprio repertorio, ma avremo forti connessioni con quel periodo storico. Io personalmente presenterò due composizioni nuove che debutteranno sul palco e faranno parte del mio nuovo disco: una canzone in genovese e uno strumentale composto apposta per suonare con Hayes Griffin.»

Come nasce una serata dell’Acoustic Night? C’è un momento in cui si smette di seguire una scaletta e ci si abbandona all’improvvisazione?

«La costruzione della scaletta è molto precisa perché lo spettacolo è abbastanza teatrale, con una scenografia curata dall’artista Sergio Bianco, che da tanti anni ci segue. La scaletta e i movimenti sul palco sono studiati, però all’interno dei brani ci saranno parti di libera improvvisazione in cui tutti gli artisti potranno sbizzarrirsi. Una cosa importante è che questi artisti non si sono mai incontrati e si assiste quindi anche allo stupore dell’incontro, alla gioia di creare una piccola comunità di musicisti. E le prove vere sono solamente di due giorni. »

Il suo ultimo album Terra Madre e il progetto Where The Wind Blows segnano una svolta cantautorale. Come è arrivato a questa nuova fase?

«Si è sviluppata in particolare nel periodo della pandemia, quando c’era molto più tempo per stare a casa a comporre. Io e mia moglie siamo stati lontani da casa per 260 giorni all’anno, con due valigie e una chitarra. Il tempo per comporre era sempre meno. Con la pandemia abbiamo passato due anni in casa che, dal punto di vista creativo, sono stati fantastici. Per scrivere canzoni ci vuole tempo, bisogna digerirle. Sono quasi 50 anni on the road e ci sono tante cose da raccontare. E poi il tempo che stiamo vivendo ci porta a rispondere: i politici stanno fallendo clamorosamente e anche gli artisti devono darsi da fare, cercare di creare bellezza. Sono felice di aver scritto qualche canzone di pace, di aver raccontato l’angoscia dei rifugiati che fuggono. Negli Stati Uniti, in questo periodo, i brani più impegnati, quelli di protesta e di speranza, hanno un riscontro molto più forte del passato, perciò forse la gente sente il bisogno di unirsi, di rispondere in qualche modo.»

Cinquant’anni on the road e ventisei edizioni dell’Acoustic Night. A questo punto della carriera cosa la sorprende ancora?

«Direi tutto. L’artista, se vuole continuare a essere artista, deve vivere di stupore, deve continuare ad avere una parte di bambino che vuole giocare e stupirsi. Questo sentimento, nonostante il tempo che passa, non finisce mai. Anzi, il fatto di aver maturato tante esperienze rende tutto più profondo. E poi ho questa fortuna che i musicisti non possono andare in pensione e quindi mentre vedo tutti i miei compagni di scuola che si annoiano, noi stiamo già lavorando al prossimo album. La prospettiva è molto bella: bisogna solo che il colesterolo non si alzi troppo.»

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