Colpi di Timone all’Ivo Chiesa: quel “fantasma gentile” che ci restituisce l’orgoglio ligure. La recensione

Di il 11 Marzo 2026

di Francesca Lituania

GENOVA – Per un genovese, Gilberto Govi non è mai stato solo un attore; è una frequenza radiofonica che risuona nelle cucine della domenica, un lessico familiare che riporta alla voce dei nonni che parlavano tra loro in dialetto stretto o agli scambi secchi degli anziani alla bocciofila. È un modo di stare al mondo sospeso tra il mugugno e l’integrità, tra il sarcasmo e la nostalgia, muovendosi al ritmo dei canti popolari che abbiamo nel sangue: da Olidin Olidena alla devozione malinconica del Piccun dagghe cianin, fino al ricordo dei Tranvaietti da doia. È quel velo sottile di caligo che copre la città senza mai nasconderla del tutto: una nebbia che invita alla riflessione e che trasforma il carattere ligure in un’essenza fatta di silenzi e verità dette a metà per pudore sentimentale.

Tullio Solenghi, nel riportare in scena Colpi di Timone (scritta originariamente da Enzo La Rosa nei primi anni ’20) al Teatro Ivo Chiesa, ha centrato il cuore di questa operazione culturale. L’attore ha spiegato come interpretare Govi non significhi affatto metterne in scena un’imitazione, quanto piuttosto compiere un vero esorcismo: un processo in cui bisogna dimenticare se stessi per permettere a quel fantasma gentile di impossessarsi della propria mimica e dei propri muscoli facciali. Non si tratta di una “cover”, ma di un atto d’amore profondo verso una forma teatrale spesso liquidata come macchietta, ma che rappresenta al contrario la nostra più autentica identità territoriale. La risata di Govi è una “patente”: un codice di riconoscimento in cui tutti ci specchiamo, ritrovando tic e virtù di un popolo che non ama mettersi in mostra, ma che sa riconoscersi in un lampo degli occhi. Già nel 1923, il critico Adriano Tilgher aveva intuito la portata di questa maschera, descrivendo Govi come un creatore di tipi umani universali; per Tilgher, il suo Giovanni Bevilacqua non era un uomo intento a recitare una commedia, ma un individuo che affrontava una tragedia personale brandendo le armi della farsa.

L’evoluzione artistica di Govi segue un “flow” che rispecchia la crescita sociale della Liguria del primo Novecento. Nel 1923, con I Manezzi ppe majâ na figgia, siamo ancora negli interni: lo Steva è il genovese domestico, passivo, vittima di un conflitto puramente familiare dove il dialetto è protezione e limite. Nel 1928, con Pignasecca e Pignaverde, il conflitto si fa psicologico: l’avarizia di Felice Pastorino eleva la maschera a tipo universale, quasi molieriano. Con Colpi di Timone (commedia del 1922, ma consacrata nella piena maturità), avviene lo scarto verso la “commedia etica”. Qui la casa non è più un rifugio isolato, ma confina fisicamente con l’ufficio dell’armatore Giovanni Bevilacqua. Questa contiguità spaziale riflette una doppia identità in cui gli affetti e il lavoro si mescolano, rivelando un Giano Bifronte complementare dove la sfera privata e quella pubblica diventano due facce della stessa onestà. La diagnosi infausta di un medico trasforma l’ufficio in un tribunale morale: Bevilacqua, credendosi prossimo alla fine, trasforma quel “colpo di timone” ricevuto dal destino in un’arma di giustizia. Il sarcasmo diventa lo strumento per colpire l’ipocrisia dei soci e dei parassiti, ribaltando la sua condanna in una liberazione catartica. È un atto eroico venato da una dolcezza malinconica e da quella tristezza di chi deve sottostare al fato, ma decide di farlo tenendo la barra a dritta.

Nonostante il mare non si veda mai fisicamente, essendo Colpi di Timone una commedia di interni, Govi era un maestro nel descriverlo attraverso il solo potere della lingua, creando un ponte sensoriale ininterrotto tra la scena e l’esterno. Trovava assonanze nel dialetto marinaro di Bevilacqua capaci di farti sentire l’odore del salmastro, o evocava con una battuta la sonnolenta routine fatta di grilli e afa di una villa in campagna. Sapeva ricostruire l’atmosfera di Piazza Banchi senza bisogno di scenografie ingombranti: Govi descriveva Genova con la struttura stessa della frase, non con gli aggettivi, e allo spettatore sembrava davvero di trovarsi sulla prua di una nave o tra gli speziali dei caruggi, con i raggi del sole che filtrano a fatica tra i tetti alti dei vicoli.

Mentre Govi cristallizzava questo spirito, il resto d’Italia viveva altre declinazioni del dialetto. Govi resta un unicum: all’esuberanza viscerale di Angelo Musco oppone l’economia del gesto; rispetto all’indagine politica di Eduardo De Filippo, Govi compie un’analisi antropologica. Il suo è il genovese della classe media, pulito e tagliente, quasi britannico nel suo understatement. Indro Montanelli, nel suo fondo sul Corriere della Sera scritto per la scomparsa dell’attore nel 1966, definì questa lingua come una «musica dell’onestà ferita» (citazione testuale verificata), una definizione che ancora oggi cattura l’essenza di un uomo che ha trasformato il dialetto in una lingua universale del cuore.

Solenghi compie un recupero che non è mai distante, ma ha il sapore di una devozione familiare: Govi è il “barba” (lo zio) di tutti noi, una figura di casa di cui si rispetta il ricordo con umiltà, affetto e partecipazione. La sfida era enorme perché Govi, come “capocomico trasformatore”, manipolava i testi originari per adattarli alla propria verità scenica. Amava ripetere che il suo obiettivo non era recitare, ma “fare Govi”, poiché la sua forza risiedeva nei silenzi: era convinto che in una pausa ben assestata potesse starci tutta la storia e l’anima di Genova.

Tullio Solenghi affronta questa prova con la maturità di una carriera straordinaria. Allievo dello Stabile di Genova, cresciuto con i classici di Shakespeare e Brecht, ha poi rivoluzionato la comicità italiana con Il Trio, affinando una capacità di parodia colta e controllo del mezzo scenico che oggi mette al servizio del “mito”. La sua bravura risiede nella capacità di annullarsi: ogni sera, Solenghi si sottopone al rito del trucco e parrucco curato da Bruna Calvaresi, che ricostruisce fedelmente il naso posticcio, le parrucche e quelle rughe studiate che Govi disegnava su di sé come se il suo volto fosse una tela. È una trasformazione che va oltre l’estetica: Solenghi “abita” i muscoli facciali di Govi, restituendoci quella mimica che era, a tutti gli effetti, un vestito teatrale.

Il colpo di genio è la scenografia di Davide Livermore che sceglie il bianco e nero con sfumature di grigio. L’effetto è quello di entrare fisicamente nelle teche RAI degli anni ’60. Questa scelta cromatica, portata avanti con coerenza anche nei costumi di Anna Varaldo, crea un distacco poetico: questo bianco e nero materico isola i personaggi, rendendoli icone senza tempo e sottolineando come il loro “colore” sia tutto interno, sprigionato dalla forza viva della lingua. Non stiamo guardando la realtà, ma un ricordo collettivo che prende vita.

A teatro, qualcuno si chiedeva il perché dell’assenza del personaggio della moglie: è bene ricordare che nell’originale del 1922 Rina Gaioni non interpretava la moglie di Bevilacqua perché la trama è incentrata sull’isolamento morale dell’armatore. L’assenza della figura coniugale in scena accentua qui la solitudine solipsistica di Bevilacqua nel suo tribunale morale: è lui, solo con la propria coscienza (e il suo medico), a dover decidere il destino degli altri. Rina, tuttavia, era l’anima della compagnia e rimase il sodalizio inscindibile di Gilberto fino alla fine.

Questa produzione brilla anche per un cast d’eccezione: Mauro Pirovano (Pietro) è l’anima goviana pura; Roberto Alinghieri, nella doppia veste di Prof. Brunelli e regista assistente, apporta un rigore intellettuale che bilancia l’estro di Solenghi. Barbara Moselli infonde freschezza al ruolo di Paola, mentre la precisione di attori come Claudia Benzi, Daniele Corsetti, Stefano Moretti, Stefania Pepe, Federico Pasquali e Lorenzo Scarpino rende ogni “tipo” umano vivo e pulsante.

Il linguaggio di Colpi di Timone è un “dialetto di mediazione”, ricco di termini marinareschi che profumano di sale. Il dialetto qui è lo strumento della verità assoluta: Bevilacqua parla italiano per etichetta, ma esplode nel genovese quando deve dire la verità. L’attualità del personaggio è sconcertante: il suo coraggio civile è una lezione etica per i nostri tempi, venata da quel pizzico di invidia che proviamo verso chi ha la forza di rompere gli indugi e dire finalmente le cose come stanno. Come osservato dal critico Renato Palazzi su DelTeatro.it, Solenghi riesce in un miracolo di mimetismo che evita ogni caricatura, portando alla luce una malinconia profonda che forse nell’originale restava più celata. Sotto la sua guida, la commedia si trasforma in una necessaria lezione di rettitudine per i nostri giorni. I caratteri genovesi rimangono inalterati nel tempo: quel modo di ridere di noi stessi per non piangere delle miserie del mondo è ciò che rende Govi, e oggi Solenghi, un ponte necessario tra ciò che eravamo e ciò che continuiamo a essere.

Conclusa questa fortunata trilogia dedicata a Govi (I maneggi per maritare una figlia, Pignasecca e Pignaverde e, appunto, Colpi di Timone), il viaggio di Tullio Solenghi si prepara a una nuova, affascinante sfida: l’anno prossimo lo vedremo misurarsi con I due gemelli veneziani, riproponendo quel capolavoro goldoniano che a Genova fu reso magistrale dall’interpretazione di Alberto Lionello negli anni d’oro dello Stabile. Ci dispiacerà, certo, congedarci dal “barba” burbero e dalla sua mimica inconfondibile, ma non sarà un addio. Grazie al lavoro di Solenghi, che lo ha  riportato con amorevole vigore sul palcoscenico, Gilberto Govi ha smesso di essere un reperto della memoria per tornare a essere presenza quotidiana e voce viva. D’ora in avanti, passeggiando per i caruggi, ci sembrerà di scorgerlo ancora nel volto di un passante o di sentirne il graffio familiare nel suono secco dei nostri detti dialettali.

Teatro Ivo Chiesa

Crediti 

  • Produzione: Teatro Nazionale di Genova, Teatro Sociale di Camogli, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
  • Riduzione e adattamento: Tullio Solenghi (con la collaborazione di Roberto Alinghieri)
  • Regia: Tullio Solenghi
  • Scenografia: Davide Livermore
  • Costumi: Anna Varaldo
  • Trucco e parrucco: Bruna Calvaresi
  • Regista assistente: Roberto Alinghieri
  • Cast: Tullio Solenghi (Giovanni Bevilacqua), Barbara Moselli (Paola), Mauro Pirovano (Pietro), Claudia Benzi (Teresa), Daniele Corsetti (Bonetti), Stefano Moretti (Avv. Baratti), Roberto Alinghieri (Prof. Brunelli), Stefania Pepe (Lola), Federico Pasquali (Conte Terzani), Lorenzo Scarpino (Capitano Negri).

 Repliche – Teatro Ivo Chiesa

  • Mercoledì 11/03/2026 – ore 20:30
  • Giovedì 12/03/2026 – ore 19:30
  • Venerdì 13/03/2026 – ore 20:30
  • Sabato 14/03/2026 – ore 19:30
  • Domenica 15/03/2026 – ore 16:00
  • Martedì 17/03/2026 – ore 20:30
  • Mercoledì 18/03/2026 – ore 20:30
  • Giovedì 19/03/2026 – ore 19:30
  • Venerdì 20/03/2026 – ore 20:30
  • Sabato 21/03/2026 – ore 19:30
  • Domenica 22/03/2026 – ore 16:00

Su Redazione

Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela Biagini

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