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Genova – Al Teatro Duse l’Urlo di Caryl Churchill: l’olocausto dell’umanità
di Francesca Lituania
In queste sere, al Teatro Eleonora Duse, il pubblico viene travolto da una pièce che smette di essere intrattenimento per farsi memoria viva di un ieri già contemporaneo: un passato che non si è mai sedimentato e che riaffiora con la violenza di un presente perpetuo. In una ricorrenza densa di gravità come la Giornata della Memoria, risulta quanto mai lacerante commentare un’opera che mette in scena una devastante immutabilità: un perverso panta rei dove tutto scorre eppure tutto si rimaterializza sotto spoglie diverse, ma con la stessa, atroce sostanza. Attraverso Sette bambine ebree di Caryl Churchill, si assiste all’eterno ritorno del dolore. Il numero sette, sacro nella tradizione ebraica come simbolo di completezza e creazione, viene qui declinato in sette quadri che diventano le tappe di una genesi rovesciata, un’anti-creazione della coscienza.
Scritta originariamente nel 2009 come reazione all’operazione “Piombo Fuso” — l’offensiva militare a Gaza che portò alla morte di oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani attraverso l’uso devastante del fosforo bianco — quest’opera, composta da appena dieci minuti di testo scritto, possiede la densità di un’epopea tragica. La regia di Carlo Orlando l’ha restituita come una lama lucida e affilata, strumento necessario per sprigionare l’urlo di un’autrice che occupa un posto di rilievo nella drammaturgia mondiale. A distanza di quasi vent’anni, nulla appare mutato; anzi, l’ineluttabilità del male sembra cristallizzata sin dalle prime persecuzioni in Germania fino all’abisso odierno. In un’alternanza sconvolgente, la narrazione dei sette quadri rivela un atto di cronaca perenne dove i ruoli si ribaltano e la vittima si trasfigura in carnefice, all’interno di un labirinto di Escher da cui l’umanità pare incapace di evadere.
La struttura è ciclica e spietata, partendo dalla Shoah per giungere, attraverso la genesi dello Stato di Israele e la Guerra dei Sei Giorni, fino al genocidio del popolo palestinese che oggi ancora si consuma sotto i nostri occhi in una tragica diretta streaming. In questa discesa nei gironi della storia, i protagonisti non hanno nomi: sono “Voci” anonime, una scelta deliberata dell’autrice per sottolineare l’identità tribale e collettiva dell’opera. Senza nome, gli interpreti si fanno archetipi, coro specchiante di una coscienza lacerata, una famiglia che si trasfigura in clan. Al centro della scena, nel primo quadro, compare una donna incinta che attraversa le epoche recitando il ruolo della madre, portando in grembo il peso di questa eredità. Tuttavia, l’epicentro gravitazionale rimane la bambina, tanto più presente quanto fisicamente assente: un futuro negato, moralmente e materialmente, che trasforma il nucleo affettivo in un clan serrato intorno alla propria sopravvivenza. In questo vuoto pneumatico, la traduzione di Masolino d’Amico splende per precisione, restituendo il ritmo serrato del dialogo sovrapposto, cifra stilistica e tecnica inscindibile dell’autrice. Ogni “Ditele” e “Non ditele” si frammenta in filastrocche distorte dove morali antitetiche si intrecciano e si scambiano, in un contrappunto verbale che destabilizza ogni certezza.
Il cast ha governato con maestria questo flusso di coscienza, un meccanismo di precisione in cui voci spietate si alternano a grida d’aiuto. L’efficacia della messa in scena risiede nell’equilibrio di un coro compatto: Eva Cambiale, con il suo rigore tecnico intriso di emozione; Paolo Li Volsi, dalla presenza scenica vibrante; lo stesso Carlo Orlando, che ha guidato il gruppo verso una ricerca profonda sulla coralità; e ancora la fisicità di Caterina Tieghi, la sensibilità di Elisa Carucci e la puntualità gestuale di Pietro Desimio. Insieme hanno dato corpo a una partitura vocale complessa, trasformando le individualità in un unico organismo scenico capace di restituire lo smarrimento del testo originale e la sua forza plastica.
Analizzando i quadri, a ogni mutamento storico corrisponde una metamorfosi del pensiero. L’ambiente richiama la claustrofobia di un bunker, dove dal soffitto pendono frammenti di lavagna recanti lacerti di testo, evocando le luci livide e la disperazione identitaria dei ritratti di Felix Nussbaum. Il viaggio muove dal buio delle persecuzioni naziste con il monito: “Dille che è un gioco, dille che è una cosa seria, ma non spaventarla”. L’eco del “gioco” come scudo contro il trauma, ripreso cinematograficamente in seguito da Benigni nel suo capolavoro, rimane un tropo potente, che storicamente attinge ai reali racconti dei sopravvissuti che mentivano ai figli per garantirne la tenuta psichica. Una porta-lavagna funge da gate temporale su cui vengono segnate le date che scandiscono i secoli. Giunti al 1948, il racconto tace la diplomazia per farsi materia bruta: la Nakba è rappresentata con la furia di un’occupazione domestica, dove gli oggetti di una casa palestinese vengono scaraventati via con una rivalsa che sa di istinto animale. In questo quadro, il suggerimento “Ditele che forse possiamo convivere” viene soffocato da un perentorio “No, questo non glielo dite”. Con l’avanzare verso l’occupazione e i checkpoint, quel suggerimento diventa solo un’eco lontana; la madre perde definitivamente la sua umanità, trasformando la protezione in ferocia. Il pensiero muta ancora con l’euforia del 1967, assumendo la durezza delle architetture brutaliste di Dani Karavan. È una coazione a ripetere che si nutre di vendetta, un paradosso visivo che Banksy ha saputo squarciare con le sue finestre dipinte sul muro di Betlemme.
In questo scorrere di quadri, il linguaggio subisce una mutazione perturbante. Se inizialmente la parola è ovattata, carica di reticenze protettive, essa si indurisce progressivamente fino a farsi pietra e acciaio. La sintassi si spezza, i verbi diventano imperativi e la narrazione si spoglia di ogni pietà. È qui che emerge la verità più nuda: ciò a cui assistiamo è un olocausto dell’umanità intera. L’esigenza atavica di sicurezza e la paura snaturano l’essere umano, confermando l’amaro presagio dell’ homo homini lupus. La sopraffazione diventa l’unica grammatica possibile in un mondo dove la sopravvivenza richiede l’annientamento dell’altro.
Nelle battute finali, il testo scava nell’intimità più feroce: “Ditele che il pugno di ferro adesso ce l’abbiamo noi, ditele che a odiare siamo più bravi noi, ditele che siamo il popolo eletto”. Quest’ultima espressione, l’Am Segulah — il popolo “tesoro” scelto per un dovere etico — viene qui stravolta in scudo identitario, trasformando la responsabilità spirituale in un marchio di esclusività e destinazione bellica che richiama il dolore universale di una moderna Guernica. A puntellare questa deriva, il canto dal vivo di Alessandra Ravizza agisce come un contrappunto viscerale; un lamento ancestrale che sembra scaturire dalle viscere della terra, mischiando yiddish e palestinese, trovando il culmine nei temi di Qoulou limmo e Gerusalemme d’oro, cucendo insieme i frammenti di questa coscienza lacerata. Il culmine del cinismo si tocca quando la madre, fissando un bambino dell’altra parte coperto di sangue, ammette la definitiva battuta della Churchill: “Ditele che sento solo la felicità che non sia lei”. È il tramonto definitivo di ogni età dell’innocenza.
Accolta nel 2009 da uno shock profondo, l’opera — difesa dall’autrice dichiarando: “Il testo non dice che gli ebrei sono così, ma mostra come un particolare gruppo di persone, in un particolare momento storico, si senta obbligato a giustificare l’uccisione di bambini” — si accomuna a lavori coraggiosi come quelli di Alan Rickman o David Hare. Tuttavia, trova la sua eco più atroce nell’arte di strada tra le macerie di Gaza: il gattino di Banksy dipinto su una casa distrutta per denunciare come il mondo preferisca immagini rassicuranti piuttosto che l’orrore dei corpi dei bambini. L’allestimento di Laura Benzi e le coreografie di Claudia Monti danno corpo a queste presenze invisibili. Si esce dal teatro privi di catarsi, consapevoli che l’attualità è diventata storia e la storia mito — da cui, tragicamente, l’uomo non impara nulla — di fronte a un orrore che la nostra coscienza civile è chiamata, ancora una volta, a interpellare.
Sette bambine ebree
di Caryl Churchill; traduzione Masolino d’Amico
regia Carlo Orlando
interpreti Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Carlo Orlando, Caterina Tieghi, Elisa Carucci Pietro Desimio
musiche eseguite dal vivo Alessandra Ravizza
partiture coreografiche Claudia Monti
scene e costumi Laura Benzi
aiuto regia Milo Prunotto
produzione Teatro Nazionale di Genova
Repliche
GI 29/01/2026 ORE 19.30
VE 30/01/2026 ORE 20.30
SA 31/01/2026 ORE 19.30
DO 1/02/2026 ORE 16
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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