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L’Otello di Maraini al Teatro Nazionale di Genova: cronaca di una morte annunciata tra ius soli e pop. La recensione
di Francesca Lituania
GENOVA – L’esperienza vissuta ieri sera al Teatro Nazionale di Genova non è stata una semplice pièce teatrale, ma una disamina spietata sulla percezione dell’altro, tra le pieghe di una compatta e coraggiosa riscrittura dell’Otello firmata da Dacia Maraini (voce storica del femminismo letterario italiano) e diretta da Giorgio Pasotti.
Mentre gran parte della critica contemporanea tende a soffermarsi sul femminicidio come epilogo di una violenza di genere tristemente attuale, questa riflessione include una visione più ampia: l’opera della Maraini non si limita a denunciare il crimine, ma seziona i processi di alienazione e il crollo delle barriere identitarie che lo precedono. In questo allestimento, il palcoscenico si trasforma in una camera a pressione dove il femminicidio non è il tema da scoprire o riscoprire, ma il postulato da cui partire. Se il delitto è il dato di fatto, l’opera punta i riflettori su ciò che lo rende possibile: una complessa e lamellare radiografia della diversità. Il focus non si concentra sullo straniero che uccide per gelosia, ma su come la società reagisca a ciò che percepisce come “altro”, smarrendo la propria umanità in un labirinto di specchi. Come afferma lo stesso Pasotti: «Dopo secoli, quest’opera ci mette ancora di fronte a una realtà malata e incattivita; l’Otello è tragicamente attuale» (Pasotti).
Il primo grande iato rispetto alla tradizione risiede nella figura di Otello (Giacomo Giorgio, giovane talento noto per il ruolo di Ciro Ricci in Mare Fuori e protagonista della miniserie Morbo K). La diversità non è di pelle — il volto non è scurito dal trucco — ma è legata a una condizione psicologica modernissima: quella dello ius soli. Otello è un veneziano di fatto, nato da famiglia mista, un uomo che ha scalato le gerarchie militari per dimostrare di appartenere a un mondo che continua a guardarlo con sospetto. La sua è una diversità di status; nella libertà di Desdemona il “moro” vede una minaccia alla propria integrità appesa al filo del pregiudizio . Maraini trasforma il dubbio shakespeariano in una patologia del possesso: «La gelosia è un costrutto sociale» (Maraini), e Otello ne diventa la vittima e il carnefice, un autocrate fragile che confonde l’amore con il controllo, trasformando la passione in una «lucida follia» (Pasotti). La sua performance di sottrazione si incarna in una tensione fisica costante, rendendo evidente come la violenza sia la risposta del border line alla perdita di identità e rispetto sociale che sembra sostituire il sentimento amoroso. Desdemona diviene uno status-symbol attraverso cui cementare la propria scalata al successo.
Jago (Giorgio Pasotti, artista poliedrico formatosi nel cinema d’autore) rappresenta la diversità etica. Spogliato dell’aura demoniaca elisabettiana, diventa un “manipolatore liquido”, un nichilista privo di empatia che fa del vuoto emotivo la propria forza. Ma perché Jago odia Otello in questa edizione? L’odio della Maraini non è il “male per il male” o razzismo e non soltanto la “Motiveless Malignity” di Coleridge; è un odio sociale, quasi una repulsione (quando Otello abbraccia Iago, ne è quasi sdegnato), oltre che di invidia. Jago odia Otello perché pur essendo “diverso”, ha ottenuto ciò che a lui è negato: il successo e la legittimazione sociale. È l’odio del mediocre verso chi ha saputo trasformare la propria estraneità in potere, che non merita perchè non ne ha diritto di natali, qualcosa di più profondo della banale vendetta per privazione. Attraverso un linguaggio asciutto e cancelleresco, la retorica poetica del “Temete, monsignore, la gelosia; è un mostro dagli occhi verdi” (Shakespeare) viene spogliata di fascino per diventare una fredda tecnica di alienazione indotta (il gaslighting di Hamilton). Jago è il batterio che si insinua nelle ferite di Otello, trasformando la parola in un’arma affilata per isolare chi è “diverso”. La sua strategia distruttiva è resa fisicamente sul palco: Pasotti inserisce nel duello mentale il movimento preciso e fluido delle arti marziali, inserendo coreografie di combattimento con la katana che trasformano il Kenjutsu in una metafora della violenza psicologica. Interpretando il cattivo, Pasotti dirige lo spettacolo dall’interno, creando una pars àltera per Otello in una specularità scenica ad effetto.
In questo scacchiere, la figura del Doge (Salvatore Rancatore) irrompe come una “diversità laterale” volutamente spiazzante: è una figura pop fuori dagli schemi, con mantello argenteo e zatteroni, il Doge incarna l’ipocrisia di un potere che osserva la tragedia come uno spettacolo estetico. Quando impugna il microfono sulle note di “I want to break free” dei Queen, sottolinea il paradosso di un’autorità che celebra la libertà in teoria, ma che nei fatti permette che la diversità di Desdemona venga schiacciata dall’indifferenza collettiva. Il Doge-crooner è lo specchio di una società che preferisce la parodia dell’emancipazione all’impegno civile.
Un ruolo cruciale nel definire queste identità disparate è affidato ai costumi curati da Sabrina Beretta. La scelta di eliminare gli abiti d’epoca serve ad annullare la distanza storica, ma l’estetica resta carica di significati simbolici. Otello veste in modo tradizionale all’orientale, con turbante e orecchini, a ricordare le sue radici che comunque la società veneziana non gli permetterebbe di dimenticare. Jago indossa una camicia rosa e una giacca, un noragi, sopra un hakama grigio (la gonna-pantalone dei Samurai), in uno spiazzante mix culturale e simbolico: un vassallo dello Shogun che lavora alla trama della sua caduta. Mentre gli abiti di protagonista e antagonista sono “uniformi della diversità”, Desdemona (Claudia Tosoni) veste un salvar candido che ne sottolinea la trasparenza psicologica ma con scarpe con il tacco occidentali, a voler sottolineare l’amore per il suo compagno ma nel contempo il mantenimento delle proprie radici.
Desdemona incarna la diversità della coerenza e della libertà intellettuale. Non è più la vittima angelica che muore perdonando, ma una donna fiera e lucida che rivendica la propria autonomia: «La sua morte è il martirio di chi rifiuta di sottomettersi» (Maraini). Nel finale, l’uso di “Jealous Guy” di John Lennon trasforma il lamento di fragilità maschile in un atto d’accusa: “I didn’t mean to hurt you / I’m sorry that I made you cry”. Se in Shakespeare l’ultimo respiro era un perdono — “Nessuno: io stessa. Addio” (Shakespeare) — nella Maraini diventa una denuncia dell’ingiustizia. Desdemona non soccombe a un errore tragico, ma a un sistema che non tollera chi sfida l’ordine sociale in nome di un sentimento autentico.
A completare il sound intervengono le musiche originali di Patrizio Maria D’Artista nella funzione di ponte di frequenza tra il palco e la platea, creando un contrasto stridente con le hit pop di Lennon e dei Queen. Il cast è completato dalle intense prove di Anna Dalia Aly (Emilia), coscienza critica e alleata di Desdemona, Gerardo Maffei (Brabanzio), padre autoritario, Andrea Papale (Cassio), la vittima succube, e Diego Migeni (Roderigo).
L’elemento forse più importante e innovativo dello spettacolo è la scenografia di Giovanni Cunsolo e Alicia Bottura, composta da superfici specchianti. Lo specchio rappresenta, storicamente nel teatro, la traduzione della frammentazione del sé: Otello non vede più se stesso, ma “l’altro da sé” che la società ha creato al suo posto. Tuttavia gli specchi fanno di più, moltiplicano le prospettive e coinvolgono il pubblico, ricordandoci che non siamo semplici osservatori, ma testimoni chiamati ad agire secondo coscienza; siamo parte dell’opera perché parte dell’umanità, accusati, accusatori, comprimari e comparse. La versione dell’Otello così rappresentata indaga le radici della violenza attraverso il prisma del diverso. Finché si identificherà nella libertà dell’altro e nel diverso una minaccia alla nostra stabilità, ai nostri schemi sociali, alle nostre tradizioni, la tragedia continuerà a ripetersi, identica e brutale: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.” ( De André)
Locandina
Produzione: Teatro Stabile d’Abruzzo, Marche Teatro, Stefano Francioni Produzioni
Drammaturgia: Dacia Maraini
Regia: Giorgio Pasotti
Interpreti: Giacomo Giorgio, Giorgio Pasotti, Claudia Tosoni, Gerardo Maffei, Diego Migeni, Salvatore Rancatore, Andrea Papale, Anna Dalia Aly
REPLICA :
Teatro Nazionale di Genova – Teatro Ivo Chiesa
Data: Mercoledì 21/01/2026
Orario: 20:30
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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