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Ugo Dighero porta al Duse il suo “Mistero Buffo”: omaggio, innovazione e attualità
Di Francesca Lituania
L’interpretazione di “Mistero Buffo” che Ugo Dighero porta in scena da ieri sera al Teatro Eleonora Duse è un autentico atto di devozione esegetica e un omaggio a un’opera che ebbe nel 1969 un successo popolare immenso tanto da “rovesciare un luogo comune invalicabile” (Dario Fo) rivoluzionando il teatro italiano e restituendogli la perduta funzione sociale. L’attore genovese, che vide l’opera in gioventù e ne trasse motivazione per proseguire la carriera artistica, ripropone il testo originale con una tecnica complessa lodato dalla critica per l’energia e il tempi incalzanti, superando con successo il rischio di cadere nell’imitazione, apportando nuovi suoni, gesti e verbi con una destrezza delicata: come si modifica una ricetta di famiglia, in aggiunta mai in detrazione, con amore e rispetto, assolvendo l’eredità ricevuta da Fo di un teatro in fieri, che si trasforma secondo le epoche, che parla la lingua del popolo restituendone oltre la voce il pensiero. Dighero definisce i testi del Maestro una “Ferrari che bisogna saper guidare” e in trent’anni si conferma perfetto nel ritmo e nelle espressioni che cambiano marcia
all’improvviso: il “grammelot”, il linguaggio di pancia di giullari e popolani, un pastiche di suoni che unisce onomatopee e fonemi attinti dai dialetti dell’Italia settentrionale (veneti-lombardi), scorre sciolto, coadiuvato da una mimica continua e immediata nonché da un trasformismo rapido e fisico dove i ruoli si susseguono incalzanti. La scelta di Dighero come dramaturg, attore e regista si concentra su due
monologhi chiave che ben sintetizzano la filosofia foiana: “Il Primo Miracolo di Gesù Bambino” e “La Parpàja Tóppola”. Il primo, dal repertorio di “Mistero Buffo”, è tratto dai Vangeli Apocrifi, nello specifico del Pseudo-Matteo, che tanta fortuna ebbero nella spiritualità popolare umanizzando il sacro: è una parabola di sensibilità popolare e di sconvolgente attualità politica. Mentre episodi come “La Resurrezione di Lazzaro” stigmatizzano la Chiesa quale strumento di spettacolo e profitto e “Bonifacio VIII” presenta una satira spietata contro l’arroganza del potere temporale, Gesù diventa l’archetipo del “foresto” (viene soprannominato “palestina”), dell’emigrato povero, dell’escluso, connettendosi direttamente alle crisi migratorie contemporanee diventando un profugo eterno la cui rabbia infantile e il potere disordinato (un banale litigio tra bambini chiosa in un evento prodigioso) si manifestano come unica risposta possibile all’emarginazione. Dall’altra parte, “La Parpaja Tóppola”, tratto dai fabliaux medievali, dialoga con “La Fame dello Zanni”. Mentre il monologo dello Zanni è un grido disperato della disuguaglianza economica e della fame fisica che spinge all’auto-cannibalismo onirico, la Parpàja, storia di un contadino ingenuo che, trovatosi ricco, diviene preda di intrighi e cupidigia, si concentra smascherandoli, con il suo linguaggio rapido e travolgente, su alcuni dei mali sociali moderni ora come allora: la corruzione morale borghese, la manipolazione sessuale, l’avidità, l’arrivismo, la logica utilitarista dei rapporti. L’unione tra il sacro divenuto umano e l’oscenità satirica sottolineano il doppio registro del teatro popolare: la demistificazione e la denuncia senza filtri. Il vero cuore dello spettacolo è far rivivere l’essenza del teatro di contestazione, dimostrando come il linguaggio e la satira spietata siano ancora attuali e continuino a far presa nel pubblico contemporaneo. Dighero, portando avanti l’idea di Fo e Rame del teatro che si conferma come “il giornale parlato del popolo” (Dario Fo) e luogo di scambio ideologico o quantomeno che tenta di aprire quella “crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste”(Dario Fo), chiude il suo spettacolo con una sua critica in versi ai potenti di oggi: che sia condivisibile o meno rappresenta l’omaggio migliore possibile al pensiero e all’opera del premio Nobel. Mistero Buffo si conferma come un capolavoro insindacabile, il tramite tra la saggezza popolare e la denuncia sociale che si rinnova ad
ogni rappresentazione.
Mistero Buffo. Il primo miracolo di Gesù bambino e La parpaja topola. di Dario Fo e Franca Rame al Teatro Eleonora Duse
Repliche: Mercoledì 12/11/2025 20:30. Giovedì 13/11/2025 19:30
Produzione
Teatro Nazionale di Genova. Interpretazione e regia
Ugo Dighero. Info e biglietti telefono 010 5342 720; e-mail : teatro@teatronazionalegenova.it;
biglietti@teatronazionalegenova.it
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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