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PET THERAPY, GLI ANIMALI ENTRANO IN CORSIA AL SAN MARTINO: LA CURA ATTRAVERSO UNA PRESENZA SILENZIOSA
Dai protocolli sanitari all’esperienza negli hospice: il progetto promosso con Archipet e l’Associazione Gigi Ghirotti porta cani e gatti nei reparti di Oncologia. Un percorso caratterizzato da formazione, attenzione e sensibilità. La testimonianza di una delle “coadiuttrici” Martina Gallini: «Non è una cura ma una presenza che aiuta ad attraversare momenti difficili».
GENOVA – Già nell’antichità si era riconosciuto il valore “curativo” degli animali. Fu Ippocrate, padre della medicina, a consigliare, come rimedio all’insonnia e allo stress, quella che oggi chiamiamo ippoterapia. L’espressione Pet Therapy – dall’inglese pet, animale da compagnia, e therapy,terapia – venne invece proposta per la prima volta nel 1964 dal neuropsichiatra infantile Boris Levinson, che scoprì casualmente l’effetto benefico del suo cane Jingles su un bambino con autismo.
Insieme a Samuel Corson ed Elizabeth O’Leary Corson, dell’Ohio State University, Levinson fu tra i primi ad avviare uno studio scientifico sugli effetti delle attività assistite con animali su alcune condizioni psichiatriche, anche legate ad una malattia. Da queste intuizioni nasce il riconoscimento degli animali come veri e propri “coterapeuti”, capaci di affiancare i medici nei percorsi di cura, interagendo con i pazienti e facilitando la comunicazione.
Anche sulla base di queste esperienze, l’Ospedale San Martino da un paio di mesi ha introdotto la pet therapy nei reparti di Oncologia, portando all’interno delle strutture sanitarie gli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA), attività sempre più riconosciute come supporto al benessere emotivo dei pazienti. Il progetto, realizzato in collaborazione con Archipet, coinvolge coadiutori negli IAA, animali appositamente formati, e un lavoro costante di coordinamento con gli operatori sanitari dei reparti, nel rispetto di protocolli rigorosi e di tempi pensati per non interferire con la routine ospedaliera.
Noi di GOA Magazine abbiamo raccolto la testimonianza di Martina Gallini, volontaria e Coadiutore negli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA). Gallini opera presso l’Hospice della Fondazione Gigi Ghirotti, realtà attiva da anni nell’assistenza ai pazienti oncologici e terminali, presieduta dal professor Henriquet, nelle sedi di Bolzaneto e Albaro, oltre che nel reparto di Oncologia dell’IST.
Le attività si svolgono sempre in stretta collaborazione con il personale sanitario, che affianca e supervisiona gli interventi in corsia.

In ospedale Gallini accompagna la sua gatta Mahé, un Maine Coon abituato al contatto con le persone e alla permanenza in ambienti ospedalieri; in determinate situazioni, valutate insieme agli operatori, partecipa alle attività anche Maui, altro gatto coinvolto nel progetto. Nei suoi interventi viene spesso accompagnata da Chiara Strangio, coadiutore e compagnia costante per Martina negli interventi in IAA e IST.
«Ho scelto Mahé perché ha un carattere impavido: non si è mai rifiutata di avvicinarsi a una persona», racconta. Durante gli incontri, l’interazione è essenziale e silenziosa: la gatta entra nella stanza, sale sul letto e si accoccola accanto al paziente, lasciandosi accarezzare. Non c’è gioco né stimolazione forzata, ma una presenza calma che, col tempo, si è rivelata capace di trasmettere serenità.

A colpirla maggiormente sono però le reazioni dei pazienti, spesso inattese anche per il personale sanitario. «C’era un signore che, come ci ha raccontato il direttore sanitario, la mattina era stato molto male, al punto che non sapevano più cosa fare. Quando siamo arrivate con Mahé, lei si è coricata vicino a lui, il paziente le ha appoggiato una mano sopra e, piano piano, ha iniziato a calmarsi e a sorridere. Non riusciva a parlare, ma per me è stato un piacere vedere come Mahé sia riuscita a distrarlo e a fargli sentire un po’ di calore». Un episodio che, sottolinea Gallini, non è passato inosservato in reparto.

Particolarmente intensa è l’attività negli Hospice, dove il rapporto con i pazienti assume un valore umano profondo. Al termine di ogni intervento, l’animale viene monitorato attraverso specifiche schede di attività, condivise con il personale sanitario, nelle quali vengono registrate le condizioni prima, durante e dopo l’incontro, sia sotto il profilo comportamentale sia sotto quello igienico. Una volta rientrata a casa, Mahé viene pulita per eliminare eventuali odori, prima di entrare in contatto con gli altri gatti presenti in famiglia.
Alla base di tutto, ribadisce Gallini, c’è il rispetto per l’animale. «Anche nelle attività assistite ci sono delle regole: l’animale partecipa finché lo fa volentieri e può capitare che abbia bisogno di fermarsi. È successo anche con Mahé: su indicazione condivisa con il veterinario abbiamo deciso di sospendere per un mese. In quel periodo ho continuato ad andare in corsia con Sonia e Freccia e a supportare le altre volontarie, affiancando le attività nelle strutture. La cosa importante è non forzare mai l’animale».
Gli Interventi Assistiti con gli Animali non sostituiscono le cure mediche, ma si inseriscono come intervento complementare, capace di migliorare la qualità della permanenza in ospedale, ridurre lo stress e favorire una relazione più serena con l’ambiente di cura. Proprio per questo, gli accessi vengono programmati in fasce orarie specifiche, generalmente nel pomeriggio, quando i reparti sono più silenziosi e l’impatto sonoro e visivo risulta meno invasivo. Dal punto di vista sanitario, l’attenzione è massima: gli animali sono sottoposti a controlli veterinari regolari per prevenire il rischio di zoonosi e ogni attività avviene nel rispetto di protocolli precisi, pensati per tutelare pazienti, operatori e animali stessi. La supervisione dei progetti è affidata al Centro Veterinario Scarzi, sotto la responsabilità del medico veterinario Massimo Scarzi, che ne valuta l’idoneità prima dell’avvio nelle diverse strutture.

Accanto alla dimensione più emotiva, emerge anche quella professionale e strutturata. Sonia Carla Ricciu, coadiuttrice in IAA, responsabile di attività AAA e operatrice con cane e gatto, svolge pet therapy al San Martino insieme al suo cane Freccia. Dopo la pandemia, spiega, la richiesta di questo tipo di attività è cresciuta sensibilmente in ambiti diversi, dagli hospice ai centri per la disabilità, fino alla psichiatria. Negli ultimi anni, in particolare, si è registrato un aumento dell’interesse per il contatto con il gatto, percepito come meno invasivo e più adatto a contesti fragili.
Ricciu evidenzia anche l’importanza del riconoscimento istituzionale: gli operatori e gli animali formati sono iscritti al portale Digital Pet, registro nazionale riconosciuto dal Ministero della Salute. Il percorso per diventare operatore è articolato in più livelli – propedeutico, base e avanzato – da completare entro quattro anni, con un impegno formativo ed economico significativo.
Il suo stesso cammino professionale nasce dall’unione di competenze diverse: «Ho iniziato occupandomi di ricerca di persone scomparse nella protezione civile, addestrando cani per queste attività. Essendo infermiera, ho sentito il bisogno di unire la mia passione per gli animali alla mia professione».
Il futuro, però, guarda oltre: «Il mio sogno è che la pet therapy possa essere prescrivibile come terapia riabilitativa. In altre regioni avviene già: in Lombardia, ad esempio, la riabilitazione equestre è mutuabile e rientra in specifici percorsi di cura». Un traguardo che permetterebbe di integrare stabilmente gli IAA nei protocolli sanitari.
C’è però un’immagine che, più di tutte, restituisce il senso di questo lavoro e che Martina Gallini conserva nel suo cuore: una paziente, Danila, incontrata durante le attività in hospice. «L’ultima volta che la vidi mi disse “che riviva il fiore”», racconta. Una frase semplice, che per lei è diventata un incoraggiamento ad andare avanti con la pet therapy in questo ambito, come modo per continuare a far rivivere anche chi non c’è più.
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiMessaggi correlati
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