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Il Centenario di Zeno all’Ivo Chiesa: l’inetto di Haber che ha conquistato il futuro. La recensione
di Francesca Lituania
GENOVA – In questi giorni al Teatro Ivo Chiesa è andata in scena la geologia dell’essere che trascende la semplice celebrazione del centenario del capolavoro di Italo Svevo, La coscienza di Zeno, portando sul palco una sedimentazione dell’io, una scansione stratigrafica che mette a nudo l’intreccio tra pensiero e sentire. La produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, in sinergia con Goldenart Production, ha saputo restituire la vertigine di quel 1923 in cui Aron Hector Schmitz, pseudonimo con cui Italo Svevo censì la sua doppia anima latina e germanica, consegnava al mondo la figura definitiva dell’inetto moderno. Sotto la direzione registica di Paolo Valerio, che ha curato l’adattamento insieme a Monica Codena, lo spettacolo si è configurato come un viaggio analitico privo di sconti, dove la scrittura “sporca” e burocratica di Svevo si è fatta voce attraverso un’interpretazione di Alessandro Haber.
L’attore bolognese, nel ruolo di Zeno Cosini, ha portato in scena lo spessore di una carriera costellata di personaggi ai margini e di antieroi, si pensi alla dolente umanità del suo poeta Lele in Regalo di Natale di Pupi Avati o alle sue prove cechoviane in Zio Vanja, offrendo un protagonista fuori da ogni cliché, capace di coniugare un’ironia surreale a una fragilità che non è mai rassegnazione, ma strategia di sopravvivenza. L’impianto scenico si è avvalso della genialità di sdoppiare il protagonista, permettendo ad Alessandro Dinuzzi (Zeno giovane) di agire sotto l’occhio implacabile e scettico del vecchio Zeno interpretato da Haber, rendendo tangibile quella che il critico Giacomo Debenedetti definisce la “coscienza parallela”: ovvero quella capacità di Zeno di guardarsi vivere mentre mente sistematicamente a sé stesso.
In questo sdoppiamento, Haber si riserva con arguzia le parti più gradevoli del ricordo, delegando all’altro sé le sequenze più tragiche o imbarazzanti e intervenendo talvolta a gamba tesa per correggere gli attori, chiedendo più enfasi o maggiore dolcezza, rompendo trasversalmente la quarta parete in un gioco metateatrale dove Zeno si fa regista della propria memoria. Questo dialogo serrato tra il presente della memoria e il passato dell’azione è stato incorniciato dalle scene di Marta Crisolini Malatesta e dalle luci di Gigi Saccomandi, capaci di creare uno spazio che non è luogo fisico ma “milieu” psichico. Domina una tavolozza cromatica di grigi, un’uniformità estetica che riflette la psicologia dell’indistinto e quella nebbia esistenziale, e triestina, tipica della “salute” borghese. A vigilare su questo acquario mentale è presente un enorme occhio video sul fondoscena, circondato da un tondo che evoca sia l’obiettivo clinico di un microscopio, quello dello sguardo analitico del Dottor S., sia un mirino puntato sull’umanità intera.
In tale cornice, il passato affiora come relitto dal fumo delle sigarette. Qui si muovono figure di solida presenza drammaturgica: Alberto Fasoli dà vita a un Giovanni Malfenti autorevole e granitico, incarnazione di quella salute borghese che Zeno osserva con un misto di invidia e disprezzo. Fasoli incarna perfettamente il “padre sostitutivo” contro cui Zeno urta senza sosta. Accanto a lui, Valentina Violo interpreta Augusta Malfenti, la donna sposata per una bizzarra logica del caso, che nel testo diventa il simbolo della salute come immobilità, mentre Ester Galazzi veste i panni della desiderata Ada, figura che incarna il fallimento della volontà di Zeno. I personaggi gravitano spesso in una ronda onirica, un ballo in cerchio che, mentre Zeno narra, sembra suggerire la coazione a ripetere dei suoi traumi e dei suoi desideri mai sopiti.
A questo nucleo familiare si aggiunge la complessa gestione delle figure femminili come l’amante Carla, interpretata da Valentina Violo in un sottile gioco di sdoppiamento che la lega alla figura della moglie, supportata dalle altre attrici del cast come Stefania Ugomari Di Blas e Chiara Pellegrin, che rappresentano quella tentazione di giovinezza e di diversità che Zeno insegue per confermare la propria vitalità malata. La regia di Valerio integra perfettamente questi personaggi, trasformando il corteggiamento fallimentare di Zeno in una danza grottesca tra desiderio e inadeguatezza. Lo spettacolo approfondisce con spietatezza il trauma del “pugno del padre”, quel Silva Cosini interpretato con dolente autorità, circondato dai movimenti di scena di Emanuele Fortunati e Francesco Godina, sottolineando come quel gesto estremo e involontario sia l’investitura all’inettitudine perenne. Come scrisse lo stesso Svevo nel romanzo: “Quel colpo mi rintronò per anni. Era la conferma della mia inettitudine”.
Come notò acutamente Eugenio Montale nel celebre articolo Omaggio a Italo Svevo: “Svevo è il nostro Proust, colui che ha saputo distruggere le pareti del naturalismo ottocentesco per isolare l’uomo nella sua nuda coscienza”. Lo spettacolo di Valerio esalta questa frammentazione attraverso l’uso di video curati da Alessandro Papa e sonorità dissonanti degli Oragravity che richiamano l’atonalità di Arnold Schönberg, rendendo tangibile quel “tempo misto” dove il passato non è mai archiviato. All’interno di questa frammentazione temporale emerge con forza l’ossessione che scandisce l’intera esistenza di Zeno: il vizio del fumo, trasfigurato da Haber in una liturgia dell’inconcludenza. La celebre sigla “U.S.” (Ultima Sigaretta) diventa la metafora perfetta della sua volontà paralizzata. In questa iterazione infinita dell’ultimo gesto, Zeno non cerca la guarigione, ma il piacere del proponimento. Come sottolineato da Mario Lavagetto nel suo studio L’impostore che dice la verità, il fumo non è un vizio, ma una zona franca dove Zeno può continuare a sentirsi in divenire.
Haber incarna questa dipendenza proteggendosi con il fumo che avvolge la scena, maschera perfetta per le sue costanti mancanze verso i sani. James Joyce definì l’opera come “un’opera immensa, scritta con la precisione di un chirurgo e l’umorismo di un condannato a morte”, un giudizio che ha trovato piena conferma sul palco. La critica moderna ha evidenziato come Zeno non sia affatto un perdente, ma un manipolatore della realtà che usa la malattia come privilegio. Anche la figura di Guido Speier, interpretata da Emanuele Fortunati, emerge come il contrappunto tragico: il “sano” che suona il violino ma soccombe alla propria rigidità, mentre Zeno, lo zoppo, gli sopravvive ereditandone tutto.
In un’epoca di performance forzata, lo Zeno di Haber ci parla con la voce della “post-verità” ante litteram. Il culmine si raggiunge nel finale, quando la profezia dell’esplosione incomparabile viene declamata come una cronaca del nostro domani: “Un uomo fatto come tutti gli altri inventerà un esplosivo incomparabile… ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. È il tema della banalità del male che Claudio Magris lega indissolubilmente alla crisi dell’uomo mitteleuropeo. In questa conclusione amara quanto necessaria, la messinscena suggella l’eredità di Svevo come pilastro della letteratura europea. Haber e Valerio hanno dimostrato che Zeno Cosini non appartiene al passato; egli abita i nostri dubbi e le nostre ipocrisie. Lo spettacolo al Teatro Ivo Chiesa non è stato dunque solo teatro, ma una seduta psicanalitica collettiva dove si è riconosciuta la fondamentale verità sveviana per cui la vita, a differenza delle altre malattie, è l’unica che non sopporta cure e che ci rende, proprio nel nostro fallimento, autenticamente umani.
Locandina
Produzione
Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Goldenart Production
Adattamento
Monica Codena e Paolo Valerio
Regia
Paolo Valerio
Interpreti
Alessandro Haber
con Alberto Fasoli, Valentina Violo, Alessandro Dinuzzi, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati, Francesco Godina, Caterina Benevoli, Stefania Ugomari Di Blas, Chiara Pellegrin, Giovanni Schiavo
Scene e costumi
Marta Crisolini Malatesta
Luci
Gigi Saccomandi
Musiche
Oragravity
Video
Alessandro Papa
Movimenti di scena
Monica Codena
Repliche
Sabato 21/02/2026 19:30
Domenica 22/02/2026 16:00
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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