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“I miei stupidi intenti” al Teatro Modena: umano, troppo umano. La recensione
di Francesca Lituania
GENOVA – Punto! È il rumore di una porta che si chiude sbattendo. Non c’è congedo, non c’è l’ipocrisia del sipario che scivola a proteggere lo spettatore; c’è solo questa recisione netta, violenta, delle luci di sala che sancisce la morte di Faina e il collasso simultaneo della speranza d’immortalità. Iniziare dal termine, da quel punto fermo che è insieme pietra tombale e ultimo grido vitale di sfida contro l’oscurità, è il modo più intellettualmente corretto di esplorare il lavoro di VicoQuartoMazzini: una dattiloscopia che scava nella favola nera di Bernardo Zannoni per cristallizzare sul palco il fallimento di un alfabeto che tenta di addomesticare l’istinto.
D’altronde la compagnia, reduce dal formidabile successo de La ferocia di Nicola Lagioia, vincitrice di quattro Premi Ubu nel 2024, conferma qui una vocazione rara nel teatro contemporaneo: la capacità di tradurre la letteratura in sostanza corrosiva. Se nel romanzo di Lagioia la ferocia era una declinazione del potere umano, qui Michele Altamura e Gabriele Paolocà (dramaturg, registi e attori) arretrano fino alla radice animale, dove ogni intento si scontra con il limite biologico. È proprio nel titolo, “I miei stupidi intenti”, che risiede il cuore di una contraddizione tragica: la stupidità qui non è vacuità, ma l’ardire di una bestia che, infettata dalla coscienza, tenta di darsi un fine, un intento, che travalichi il rigore della fame. Lo spettacolo ci mostra come ogni passo di Faina verso l’umano non sia che un goffo inciampo contro la muraglia dell’istinto, una dinamica che si riflette immediatamente nella fisicità degli attori che delinea la gerarchia della spietatezza.
La violenza di Cane e Vecchia Volpe non è solo ferocia naturale, ma dominio sistematico, un esercizio di potere che segna il punto di incontro più abbietto tra l’uomo e la bestia: la sopraffazione organizzata. In questa catena alimentare del comando, Faina emerge come l’anello debole, la vittima che proprio nel dolore scopre la propria permeabilità all’umano. Più è fragile, più si avvicina a noi; più soccombe, più la sua mente si rifugia nel delirio del sapere, mentre intorno a lui la scenografia di Daniele Spanò non concede respiro. È un altrove, un nessun luogo, che trasuda l’umidità pungente degli stenti; uno spazio larvale che oscilla tra l’accampamento abusivo, il campo rom e il rifugio di guerra, dove i colori — sabbia, terra bruciata, marrone — non descrivono la natura, ma la sua decomposizione.
In questa discarica dell’anima, l’unico elemento di rottura è l’alfabeto tracciato da Vecchia Volpe con il succo delle bacche: un rosso viscerale che non evoca la vita, ma la logistica dell’emorragia. La cultura entra in scena come una malattia venerea: chi impara a leggere impara a contare i secondi che lo separano dalla cenere, trasformando l’eterno presente animale in un’agonia cronometrata, scandita dal sottofondo sonoro di Demetrio Castellucci che è il respiro affannoso di questa lotta. Il tesoro della Vecchia Volpe usuraia non è oro, ma un mangianastri che baratta da Gatto in pagamento, che diffonde ossessivamente una melodia sospesa tra la solennità dei canti ortodossi e il pianto delle nenie balcaniche. È una musica che gratta la coscienza, un’eco di civiltà perdute che tormenta le bestie con la nostalgia di qualcosa che non hanno mai avuto e non avranno mai: la voce umana.
Il ritmo della pièce è dettato da una punteggiatura parlata che mima il battito cardiaco di una preda in trappola. Come nel Samuel Beckett di Finale di partita, dove la pausa e il punto denunciano la frammentazione del linguaggio, qui la parola viene frantumata in un flusso di parlato che è rantolo, fuga, incredulità. È una scrittura che non ordina il caos, ma lo amplifica; le virgole sono sussulti d’ansia, mentre i silenzi sono i buchi neri di una vita che cerca Dio e trova solo il vuoto dello stomaco. In questo stato di assedio permanente, dove la natura di preda si rivela contra imitationem humanitatis, la religione si spoglia di ogni lirismo per farsi ultimo, disperato rifugio mistico. Cane e Vecchia Volpe incarnano la triade brutale: fede, forza e sopravvivenza. Per loro, Dio non è un’elevazione dello spirito, ma uno strumento di protezione bellica contro un tempo che li sta spezzando. È la fede dei derelitti, dove il Libro sacro diventa un feticcio di potere, un modello di istruzioni per dare una parvenza di logica a un orrore che altrimenti resterebbe solo rumore interiore inarrestabile.
E se Giuseppe Cederna presta a Faina una voce che è un miracolo di attrito vocale, l’intero personaggio finisce per abitare un presente infestato da fantasmi, proprio come il Willy Loman di Miller. Qui il cortocircuito avviene sulla carta. Per Faina, scrivere è un patetico tentativo di inventariare le macerie della propria esistenza con lo stesso gesso rosso della sua iniziazione alla scrittura. C’è una differenza profonda tra le scritture in scena: se Istrice redige un manuale sulle proprietà delle erbe, un tentativo pratico, quasi illuminista, di addomesticare la natura per sopravvivere, Vecchia Volpe e Faina scrivono per sopravvivere a se stessi. Scrivono la vita per illudersi che abbia avuto un senso. Eppure, Vecchia Volpe, sul letto di morte, riconosce la vanità del segno e chiede a Faina di bruciare il suo libro. Faina non lo fa: non per rispetto, ma per l’incapacità tutta umana di accettare il nulla. Conservare quelle pagine è l’ultimo stupido intento, il rifiuto di ammettere che la parola è cenere.
Questo scacco si riflette anche visivamente nei costumi di Aurora Damanti, che sigillano la disparità di condizione dei personaggi. Se Cane e Vecchia Volpe conservano la dignità stropicciata di certi esuli balcanici, per Istrice il vestire è pura meccanica della difesa, un involucro di stratificazioni additive privo di velleità rituali. La componente femminile della pièce, Istrice femmina e Faina femmina, incarna la militarizzazione della miseria. Si muovono come combattenti di un conflitto dimenticato: i loro abiti sono armature di panni, accumuli di tessuti rubati a un magazzino per proteggere un corpo che è solo bersaglio. In questa architettura del riparo, Faina emerge nel paradosso di una giacca consunta: è il personaggio visivamente più vicino all’umano e il meno protetto. La giacca non è uno scudo ma una vulnerabilità esibita; lo lascia nudo davanti al fango, mentre il resto della fauna si barrica dietro lo spessore dei propri involucri.
L’apice dell’ineluttabilità della propria natura si tocca infine nel tentativo di cannibalismo sulla figlia. Faina sceglie di chiamarla Nessuno: un riferimento omerico che usa con un cinismo che la sua compagna, rimasta bestia pura, non può decriptare. Lei accetta quel nome nel buio della sua ignoranza, senza comprendere che non è un atto di battesimo, ma una sentenza di annullamento. Non è astuzia; è la constatazione che quel pezzo di carne generato nel fango è già privo di identità. Il gesto finale verso Istrice è la firma della sua definitiva resa. Faina sceglie per l’allievo l’omertà della bestialità. Non gli spiega il tempo, non gli regala l’ossessione di Dio. Lo protegge lasciandolo nel buio dell’ignoranza, preservando la sua innocenza animale a prezzo della verità. Bruciare il libro della Volpe, infine, significa ammettere che la conoscenza è un carico sospeso che schiaccia chi non ha più nulla da mangiare. Gli intenti erano, appunto, stupidi.
La regia di Altamura e Paolocà ci consegna così un’ora e quarantacinque di malinconia e disperazione. Ci lascia addosso l’odore di una tana mal aerata e la consapevolezza che l’alfabeto non è un’arma di riscatto, ma solo l’ornamento funebre di una specie che sta tornando polvere. La cultura, alla fine, è solo un lungo giro di parole per descrivere un predatore che morde il vuoto. Poi, il buio. Senza sconti. Senza sipario. Punto! E a capo, nel silenzio più fondo.
LOCANDINA
I MIEI STUPIDI INTENTI dal romanzo di Bernardo Zannoni Produzione: Teatro Nazionale di Genova, LAC Lugano Arte e Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria con il patrocinio della Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto
Drammaturgia: Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura
Regia: Michele Altamura, Gabriele Paolocà
Interpreti: Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna
Scene: Daniele Spanò
Costumi: Aurora Damanti
Musiche originali: Demetrio Castellucci
Luci: Giulia Pastore
Sound designer e fonico: Niccolò Menegazzo
Aiuto regia: Giulia Odetto
Realizzazione scenografie: Officina Scenotecnica Gli Scarti Partner di produzione: Gruppo Ospedaliero Moncucco
DATE E ORARI – TEATRO MODENA
Mercoledì 22/04/2026 ore 20:30
Giovedì 23/04/2026 ore 19:30
Venerdì 24/04/2026 ore 20:30
Sabato 25/04/2026 ore 19:30
Domenica 26/04/2026 ore 16:00
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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