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Autopsia di un naufragio familiare: il ‘Lungo viaggio verso la notte’ di Lavia al Teatro Nazionale di Genova
Di Francesca Lituania
GENOVA – L’autopsia psichica a cui si è assistito ieri sera sul palco del Teatro Nazionale di Genova “Ivo Chiesa” non è stata una semplice rappresentazione, ma una veglia funebre celebrata su corpi ancora in movimento. Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill si è rivelato una discesa agli inferi domestica, una tortura lenta dove ogni parola strappa un lembo di pelle, rivelando la carne viva di una disperazione atavica.
Il dramma si consuma in un unico giorno — dal mattino alla mezzanotte del 12 agosto 1912 — e la regia sapiente di Gabriele Lavia (attore che non necessita di presentazioni, simbolo del teatro italiano, classe 1942, la cui carriera è un pilastro della cultura teatrale nazionale) ha saputo trasmettere come questa giornata non sia un evento isolato, bensì la replica di una routine ossessiva. Questo tempo circoncentrico agisce come una dannazione dantesca: i personaggi sono prigionieri di una “malebolgia” dove ogni gesto, ogni sguardo e ogni accusa si ripetono come un supplizio eterno, vittime e carnefici gli uni degli altri. La cornice del dramma è quella del tramonto della Gilded Age, un periodo di esponenziale crescita economica e corruzione materiale negli USA che, sotto una facciata di benessere, celava una profonda aridità spirituale ed emotiva; Mark Twain la definì un’epoca splendente in superficie ma corrotta all’interno, ben dipinta dal realismo brutale della Ashcan School.
Mentre la luce del mattino filtra fioca, si vedono i Tyrone muoversi nel loro “Monte Cristo Cottage” di New London, residenza estiva dove l’autore ha realmente vissuto i traumi trasposti sulla scena. La scenografia rende onore, negli arredamenti e nella finestra all’inglesina, al cottage reale, oggi museo, definendo con la luce e con la libreria squadrata le solide inquietudini solitarie di Edward Hopper. La grande cancellata che separa la scena dalla platea e lascia il proscenio come uno spazio vuoto, ad acuire l’isolamento dei personaggi, è la grata che chiude la prigione dei Tyrone, mentre una seconda grata nel retropalco agisce da porta verso l’esterno: come nella stanza di A porte chiuse di Sartre, i personaggi potrebbero liberarsi ma non hanno la volontà di farlo, rimanendo ancorati al tormento e alle reciproche dipendenze personali che li tengono in vita e, parimenti, li uccidono lentamente. Non si assiste a sogni infranti, ma a scelte consapevoli e distruttive di cui i protagonisti rifiutano la responsabilità, rifugiandosi in meccanismi di difesa, in un continuo processo di proiezione e rimozione. O’Neill, influenzato dalle teorie di Freud e Jung, come del resto tutta la sua epoca, infonde nel testo un peso psicologico schiacciante: il “Super-io” tirannico di James Tyrone — interpretato dallo stesso Gabriele Lavia nei panni di un patriarca e attore di successo ormai al tramonto, avaro e tormentato — e i traumi rimossi di Mary creano un ring emotivo che toglie il respiro a ogni round.
Il cuore tragico dell’opera è Mary Tyrone, portata in scena da Federica Di Martino. L’attrice, diplomata alla “Silvio D’Amico” e compagna d’arte e di vita di Lavia (con cui ha costruito un sodalizio premiato con riconoscimenti come “Le Maschere del Teatro Italiano”), restituisce un’intensità drammatica altissima. La sua dipendenza dalla morfina non è una tragica casualità, ma una piaga nazionale dell’epoca: prima dell’Harrison Narcotics Tax Act del 1914, il veleno degli oppiacei scorreva libero per i “nervi deboli”. Per lei, la droga è l’unica via per sopportare un’esistenza non accettata, una “nebbia” che la protegge dal fiele della realtà: “La nebbia mi nasconde dal mondo e nasconde il mondo a me… mi fa sentire sicura”.
All’interno di questo ecosistema tossico, la figura di Cathleen, la cameriera, funge da contrappunto di sanità. Interpretata dalla giovane Beatrice Ceccherini, allieva della scuola “Orazio Costa” e parte della scuderia di talenti diretti da Lavia, la sua vitalità ingenua, la sua semplicità e il suo pragmatismo la rendono refrattaria alla tragedia. Nel suo dialogo con Mary, Cathleen agisce come un catalizzatore involontario: Mary cerca in lei una “stanza dell’ascolto” per i propri ricordi, offrendole del whisky per indurla a restare. Eppure, Cathleen rimane immune; mentre Mary esce dalla grata per declamare sul proscenio il proprio passato tentando una fuga dalla realtà, per Cathleen la nebbia è solo un fastidio e la morfina “la medicina della signora”.
La dinamica familiare, scandita dai pasti come appiglio di normalità, viene esasperata dalle distanze generazionali. Come se il tempo supplisse all’assenza della dimensione reale, confuso tra passato e presente, assenze e ritorni, esso è tuttavia l’unico sistema di misura possibile in cui i personaggi riescono ad agire: dieci anni separano James da Mary, creando un divario tra il pragmatismo vittoriano di lui e il misticismo fragile di lei; altrettanti separano Jamie da Edmund, scavando un solco tra il cinismo del fallito e l’idealismo del poeta. Jamie Tyrone ha il volto di Jacopo Venturiero, attore e doppiatore romano (classe 1985), noto al grande pubblico per la serie Suburra e voce amata degli audiolibri, che qui veste i panni del figlio maggiore impudente e alcolizzato. Al centro di questo limbo fluttua il trauma di Eugene: con crudeltà autobiografica, O’Neill assegna il proprio nome al bambino morto a due anni di morbillo, identificando se stesso in Edmund, il “nato per errore”. Ad interpretare questa figura è Ian Gualdani (classe 1996), attore formatosi alla Pergola e specializzato in teatro fisico e mimo, che presta la sua sensibilità all’alter ego dello scrittore malato di tubercolosi. Questo fantasma alimenta uno schema di ritrattazioni e accuse, permeato dall’impossibilità del perdono teorizzata da Milton: la madre accusa della morte il marito, se stessa e Jamie (che ha trasmesso il morbo al fratello); Edmund è il colpevole in quanto vivo al posto del fratello.
Nel pomeriggio, il whisky diventa l’anestetico prediletto degli uomini Tyrone, protagonisti dell’inganno dell’allungamento con l’acqua: si rimboccano le bottiglie per nascondere quanto si sia bevuto, in una recita di mutua menzogna che riflette la fragilità dei loro legami. La tensione esplode nei quattro confronti cardine. Nel dialogo tra madre e padre, Mary rinfaccia a James l’avarizia: “Non è mai stata una casa… Tu l’hai costruita solo per risparmiare”. James cerca rifugio nel suo scudo culturale, Shakespeare: “Shakespeare è l’unica cosa che un uomo debba leggere per capire il mondo”, leggendo ossessivamente l’elogio di Edwin Booth al suo Otello per nobilitare una carriera sprecata. Poi, il legame tra Jamie e il padre: James vede nel figlio un “parassita, un fallito che non ha mai fatto nulla se non sprecare i miei soldi!”, mentre Jamie risponde col cinismo di chi ha smesso di sperare, raccontando della notte passata con “Fat Violet” (Bambolona), una prostituta trascurata scelta per affinità nel degrado.
Verso sera, il confronto tra Edmund e la madre tocca il vertice del dolore: “Mamma, per l’amor di Dio, non vedi che sto morendo?” chiede lui, ma lei risponde con distanza siderale: “Perché mi guardi così? Mi fai sentire così sola”. Edmund trova rifugio nel mare, unico elemento per dissolversi: “Ero libero… smarrito nella luce”. Il suo è un nichilismo poetico nutrito da Nietzsche: se Mary si chiude nella nebbia regressiva per non vedere, Edmund si apre all’abisso per non essere più. Infine, il rapporto tra i due fratelli, dove Jamie ammette di voler rovinare Edmund per invidia: “Ti amo più di chiunque altro, ma ti odio anche… non lasciarti trascinare giù da me”.
L’opera, scritta “con lacrime e sangue” tra il 1939 e il 1941 e pubblicata postuma per volontà della moglie nel 1956 — nonostante l’autore avesse chiesto di mantenerla celata per venticinque anni dalla sua morte — si colloca all’apice della produzione di O’Neill, già vincitore di tre Pulitzer (Oltre l’orizzonte, Anna Christie, Strano interludio) e insignito del quarto proprio per questo testo nel 1957.
La rappresentazione di ieri ha confermato quanto scritto da Brooks Atkinson: l’opera “ripristina le dimensioni della tragedia”. L’ultima scena è il naufragio definitivo: Mary discende le scale come una spettrale imago del passato, indossando l’abito da sposa, sudario di una felicità distrutta dalla scelta di sposare James. Mentre gli uomini annegano nell’alcol sul Long Island Sound, lei regredisce verso l’innocenza del convento. Le sue ultime parole, mormorate nel buio, sono il sigillo su questo girone infernale: “Poi in primavera accadde qualcosa. Sì, ricordo. Mi innamorai di James Tyrone e fui felice per un certo periodo”.
La locandina
Produzione Effimera, Fondazione Teatro della Toscana
Traduzione Bruno Fonzi
Adattamento Chiara De Marchi
Regia Gabriele Lavia
Interpreti Gabriele Lavia e Federica Di Martino e con Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini
Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
Musiche Andrea Nicolini
Luci Giuseppe Filipponio
Suono Riccardo Benassi
Repliche
Sabato 17/01/2026 19:30
Domenica 18/01/2026 16 : 00
Su Redazione
Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiUltime Notizie
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