NICOLÒ RINALDI, DALLE COSTRUZIONI NAVALI ALLA FINALE DEGLI HASSELBLAD MASTERS. L’INTERVISTA

Di il 30 Aprile 2026

Il fotografo autodidatta ed ex disegnatore navale Nicolò Rinaldi, fondatore dello studio Lucid Dreams, è tra i finalisti degli Hasselblad Masters 2026, uno dei concorsi fotografici più prestigiosi al mondo. Lo abbiamo intervistato per approfondire il suo progetto W.E.I.R.D. e capire come la realtà genovese abbia plasmato il suo sguardo e i suoi scatti.

di Sara Debiaggi

Nicolò Rinaldi nasce a Genova nel 1995 e cresce in una città che è essa stessa un paradosso visivo: porto industriale e natura che si intrecciano, bellezza e infrastrutture che si sovrappongono in ogni angolo. Dopo il diploma come perito di costruzioni navali all’istituto tecnico nautico San Giorgio entra nell’industria navale, dove lavora per otto anni, mentre la fotografia la apprende da autodidatta durante i viaggi, senza una formazione accademica, costruendo nel tempo uno sguardo personale e riconoscibile.

Wilderness Replication Implicates Rapid Destruction indaga quei luoghi in cui l’uomo non abita la natura ma la imita.

Fonda lo studio creativo Lucid Dreams nella Superba e inizia a lavorare su commissione per brand come Ray-Ban, Puma, Scuderia Ferrari e A.C. Milan, ma sente presto l’esigenza di sviluppare una ricerca più intima. Dal 2021 porta avanti una serie di progetti documentaristici dedicati al rapporto tra l’uomo e la natura, con un linguaggio ironico e, a tratti, grottesco.

Il progetto più rappresentativo è W.E.I.R.D. (Wilderness Replication Implicates Rapid Destruction), un’indagine dei metodi usati dall’uomo per replicare la natura: alberi artificiali nei centri commerciali, cascate nei resort, rocce in cemento negli zoo, foreste simulate nei musei scientifici.

Rinaldi indaga i metodi usati dall’uomo per replicare la natura.
Rinaldi è tra i finalisti dell’Hasselblad Masters 2026.

Nel 2024 il lavoro ottiene la fellowship Strategia Fotografia del Ministero della Cultura e l’anno successivo viene esposto a Kyoto e a Palazzo Ducale in forma immersiva, tra fotografie, sculture, video e tracce sonore.

Oggi Rinaldi è tra i finalisti nella categoria Fine Art degli Hasselblad Masters 2026, uno dei riconoscimenti fotografici più autorevoli a livello internazionale, con oltre 108.000 immagini in gara provenienti da 160 Paesi, confermandosi a tutti gli effetti uno dei giovani talenti più meritevoli del panorama contemporaneo.

Come hai saputo di essere tra i finalisti? Te l’aspettavi o ti ha sorpreso?

«Mi ha colto abbastanza di sorpresa. Ho ricevuto la notizia direttamente dal team di Hasselblad con una mail e successivamente ho visto sui social che avevano condiviso tutti i finalisti delle varie categorie. Non me l’aspettavo, perché storicamente l’Hasselblad Masters è un premio molto prestigioso. Tra l’altro sono finito tra i finalisti della categoria Art, che, visto il mio percorso degli ultimi anni, è molto interessante per me. Sì, sono fotografo, ma sono anche un artista visivo, un visual artist, quindi essere finalista nella categoria Art va a identificarmi meglio come artista e non più solo come fotografo».

Hai partecipato nella categoria Art. Con quale serie di tre immagini e perché proprio quelle?

«La candidatura aveva il limite di dipendere da solo tre immagini. È molto difficile perché il progetto che sto portando avanti in questo momento ne ha tante, e tante di buon livello. Quindi è stato un po’ complicato. Non ricordo con precisione perché ho scelto proprio quelle tre, ma vista la qualità del progetto avrei potuto sceglierne anche tre quasi a caso e avrebbero funzionato. Sicuramente, se avessi avuto la possibilità di metterne di più, sarebbe stato interessante studiare una sequenza che andasse ad approfondire un determinato tema. Con tre immagini è più difficile, quindi ho scelto quelle che forse rappresentavano meglio la categoria Art».

Hasselblad chiede tre immagini coerenti nello stile. Costruisci il trittico cercando tre foto che si completano o parti da un’idea narrativa e poi vai a cercare gli scatti?

«Il progetto si chiama W.E.I.R.D. e, in modo molto sintetico, negli ultimi anni sto indagando il bisogno dell’essere umano di replicare la natura, cercando con quelle fotografie di trovare una risposta al perché l’uomo lo faccia. Vado a documentare diversi tipi di paesaggio e diversi tipi di replica: sia repliche a scopo scientifico, quindi robot ispirati alla natura o oggetti del mondo scientifico, sia paesaggi artificiali dei parchi a tema e dei parchi giochi. Per questo ho cercato di scegliere tre fotografie che rappresentassero tre metodi diversi, per diversificare un po’ e soprattutto per incuriosire lo spettatore. Vedendo tre immagini un po’ distaccate una dall’altra, lo spettatore può domandarsi perché siano legate tra loro. Mi interessa attivare un po’ il suo cervello e farlo ragionare».

Il progetto W.E.I.R.D. documenta la natura finta. Dove metti il confine tra reale e apparente nel tuo lavoro?

«Non so darti una risposta e, in realtà, il mio lavoro non vuole dare una risposta. Vuole più che altro innescare questo pensiero nello spettatore e far sì che ognuno ne trovi una propria. Mostrando quelle che sono le repliche che trovo più interessanti, più stravaganti e più strane — appunto, visto anche il nome del progetto — cerco di far nascere una domanda. Poi la risposta deve trovarla ogni spettatore».

Nella giuria ci sono National Geographic, il Met e Getty, mondi molto diversi tra loro. Se pensi alle tue foto nella categoria Art, da quale di questi vorresti che fossero apprezzate?

«Sicuramente sono tutti giudici molto importanti e l’elenco è di altissima qualità, anche perché sono figure diverse e probabilmente ognuna sarà più legata a una delle categorie della finale. Potrei dirti che il Metropolitan Museum of Art è forse quello da cui mi interesserebbe di più che venisse guardato il mio lavoro. Visto il percorso artistico che sto seguendo, per me è più importante quello rispetto magari a National Geographic. Tutti i giudici selezionati sono persone molto interessanti, quindi preferirne uno è difficile, però sicuramente quelli che hanno più a che fare con il mondo dell’arte mi interessano di più, non essendo io un fotogiornalista».

Sei cresciuto a Genova, hai lavorato nei cantieri navali e poi hai portato W.E.I.R.D. a Palazzo Ducale. Quanto c’è di genovese nel tuo modo di guardare la natura?

«Io sono genovese e molto orgoglioso, anzi sono di Sestri Ponente e ho il mio studio qui. Ne vado molto fiero. Il percorso d’artista sicuramente ha bisogno di viaggiare, di guardare fuori, però il sentimento nostalgico di casa per me è molto forte. Ci tengo ad avere una base nella mia città natale e ogni volta che viaggio, o che sono in giro, penso sempre a casa. Sono molto affezionato a Genova, per me è molto importante. Devo dire che, per adesso, Genova non è molto presente fisicamente nei miei scatti e nei miei lavori perché, nonostante il legame con casa, il mio sguardo da fotografo documentario cerca spesso all’estero o comunque altrove. Però nei miei pensieri e nei miei sentimenti Genova c’è. Chissà che un domani non possa essere presente anche in uno dei miei lavori».

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo o la selezione all’Hasselblad ti ha fermato per un momento?

«Il contest per me è sicuramente importantissimo, ma partecipo a tanti concorsi. Questo non è il solo e, anche se essere in finale è molto importante, sono anche un po’ scaramantico. Non mi fermo mai con il continuo dei miei progetti. W.E.I.R.D. ha avuto un grande salto in avanti grazie al supporto del Ministero della Cultura e alla residenza realizzata in Giappone lo scorso anno, ma al mio ritorno non mi sono fermato. Ancora adesso sto continuando questa serie. In particolare sto approfondendo, con W.E.I.R.D., tutto l’aspetto scientifico della replica della natura, quindi la parte legata alla biomimetica: lo studio della natura per comprenderne i processi e replicarli poi nella scienza, per esempio con robot che simulano animali o piante. È l’aspetto che più mi affascina e su cui mi sto concentrando in questo momento. Quindi sono ben lontano dall’essere fermo.»

Le votazioni sono aperte fino al 1 giugno ed è possibile inserire la propria preferenza a questo link: www.hasselblad.com

Su Redazione

Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela Biagini

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