MICHELA LUCENTI ALLA TOSSE CON “LE FENICIE”: LA TRAGEDIA DI EURIPIDE COME SPECCHIO DELLA CONTEMPORANEITÀ. L’INTERVISTA

Di il 9 Aprile 2026

Il Balletto Civile torna alla Fondazione Luzzati nell’ambito della XII edizione di Resistere e Creare con un progetto che unisce narrazione, danza e canto per restituire attraverso la dimensione corale tutta la drammaticità dei conflitti

GENOVA – Al Teatro della Tosse Michela Lucenti e Balletto Civile portano in scena, venerdì 10 aprile alle 20.30, “Le Fenicie” di Euripide in una chiave attuale fatta di parallelismi e riflessioni sulla tragicità dei conflitti e di tutto ciò che essi comportano.
La Tebe classica come specchio del mondo di oggi, dove i corpi sono testimoni delle guerre, lo spettacolo diventa un grido, intrecciando narrazione e movimento indaga la responsabilità collettiva di fronte agli orrori del presente.

A corollario dello spettacolo il laboratorio “A room full of strangers” che sarà restituito al pubblico sempre venerdì ma alle 19.30 presso il foyer Tonino Conte. Condotto da Michela Lucenti con Ambra Chiarello, Antonio Carta ed Emanuela Serra il percorso traduce in parole e azioni fisiche la visione di una Tebe contemporanea.

Michela Lucenti, fondatrice di Balletto Civile, regista, drammaturga e coreografa de “Le Fenicie” ha raccontato a Goa Magazine il lavoro e le riflessioni che hanno portato all’elaborazione di un progetto che riporta la tragedia euripidea sul palco teatrale.

In che modo la tragedia di Euripide, scritta nel 400 a.C. (circa) è attuale ancora oggi?
La tragedia di Euripide, e questa in particolare, è ancora attualissima perché parla di qualcosa che purtroppo per noi umani si perpetua nei secoli, cioè la gestione del potere. Parla di una guerra fratricida ed è proprio un discorso sul non abbandonare in nessun modo il potere ma piuttosto morirci sotto quindi mi sembra più che attuale.
Non è solo la guerra, ma è la gestione dei popoli che rimangono schiacciati per dei desideri solo di pochi. Non si parla di conquista di terre si parla di ideali, desideri e soprattutto voglia di potere che non lascia nessuno scampo quindi è incredibilmente attuale.

Narrazione e coreografia si intrecciano in questa produzione, nello spettacolo come si fondono questi due linguaggi? Balletto civile, ormai con una ricerca ventennale, lavora su questa modalità che noi chiamiamo drammaturgia fisica cioè mescola da sempre i due linguaggi cioè quello del teatro e quello della danza. La compagnia è formata da danzatori attori che da anni cercano di lavorare in entrambi i linguaggi per avere un livello alto in entrambe le modalità. Per noi la parola è importante ed è molto importante che il corpo non sia sostitutivo della parola, ma sia un qualcosa che riesce a far immaginare quello che non è immaginabile. La danza lavora sul mistero, ogni tanto la parola è come uno schiaffo mentre la danza cioè la coreografia e il movimento è proprio qualcosa che è un affresco anche più interiore più ancestrale, quindi diciamo che la nostra coreografia è narrativa, questa è proprio la nostra peculiarità.

“Le Fenicie” è una tragedia che mette in luce chiaramente che la guerra ha solo esiti negativi, attraverso la danza come si rende questo messaggio universale? Che la guerra chiaramente abbia solo esiti negativi è palese, come dicevo nella domanda precedente la danza ci fa vedere, in maniera più universale che i corpi, sia per chi appartiene a un’idea o all’altra, soffrono allo stesso modo. Qui vediamo dei fratelli che si sbranano, la disperazione di una madre, la disperazione di un padre, una città che si distrugge, quindi la danza non fa altro che rendere ancora più visibile e più universale quello che le parole dicono

In un momento storico come questo è più che mai necessario ricordare il valore della pace. Il ballo e i corpi come rappresentano questa necessità di concordia? Io non credo che il ballo o la danza siano un’idea di concordia per forza, cioè la danza, soprattutto la danza contemporanea, il teatro fisico parla del presente e il corpo della danza è un corpo testimone, quindi in questo momento è chiaro che questo spettacolo appare ancora di più un manifesto. Stiamo vivendo un momento che è incredibilmente violento per quello che ci sta accadendo intorno e quindi credo che anche gli artisti della danza abbiano il dovere o la forza di dover testimoniare la violenza che ci circonda. La danza moderna diventa un discorso, non per forza di concordia ma diventa un discorso per parlare attraverso il proprio corpo, cioè noi viviamo quello che c’è intorno a noi e quindi attraverso la danza possiamo raccontare. Nel nostro caso specificatamente la nostra è una danza narrativa quindi racconta proprio la vita o il pensiero di alcuni personaggi, ma io che da tantissimi anni lavoro sulla danza, non solo nelle mie creazioni ma anche promuovendo e costruendo, diciamo così, delle rassegne anche quelli che pensano o che lavorano per volontà a una danza non narrativa ma più “astratta” il loro corpo è comunque imbevuto dal presente, quindi la danza e il ballo parlano sempre del presente in cui vivono. Questo non è un momento di concordia, quindi è come se la danza facesse un invito a un monito, fa vedere anche una sofferenza, una difficoltà nella danza, nel corpo. C’è una grande comunità, come nelle Fenicie, non siamo uno spettacolo dove si è in uno o due ma ci sono undici elementi che insieme urlano un discorso che è sicuramente un discorso inteso, sia a parole che col corpo, come invito alla pace e alla comunità

Le Fenicie nella tragedia euripidea sono spettatrici esterne e quasi apatiche, perché la scelta di rendere proprio loro le protagoniste dello spettacolo? Allora le Fenicie sono delle spettatrici esterne, è vero, ma non sono apatiche sono molto dure, anzi ci sono dei momenti che capiscono la sofferenza della distruzione della casa di Tebe e la guardano come delle donne deportate. Questa tragedia è stata molto importante e molto particolare per la scrittura di Euripide intanto, perché appunto c’è un protagonismo femminile non solo da parte delle Fenicie che guardano, questo coro di donne, ma ha un grande rilievo la figura di Giocasta che non è la madre che si uccide appena viene a sapere che Edipo è suo figlio, ma anzi cerca di lottare e di salvare i propri figli fino alla fine con il vero e proprio elogio alla democrazia. Antigone, anche accompagnerà il padre sempre; ci sono delle donne molto importanti in questa tragedia che cercano di far ragionare un patriarcato che si sbrana. Queste Fenicie hanno dato il nome perché, in quel momento come tuttora, è come se le donne che sono rimaste (in questo caso sono vergini che sono deportate), rimanessero inermi di fronte alla distruzione di qualcosa. In fondo le Fenicie siamo noi che guardiamo che cosa succede in Ucraina o nella striscia di Gaza e che cosa facciamo? Rimaniamo inerti nel senso che non possiamo in realtà fare molto, possiamo testimoniare, possiamo urlare. Ecco le Fenicie fanno questo, vedono e a differenza di altre tragedie non partecipano alla storia, ne rimangono annichilite per vedere come una casata piuttosto che lasciare un potere, distrugge completamente una terra. C’è uno sguardo livido su questa civiltà che non riesce a trovare la pace; quindi, in realtà hanno un valore molto grande di sguardo. Le Fenicie siamo noi.

Le Fenicie” è in scena venerdì 10 aprile alle 20.30 alla Sala Trionfo, il costo dei biglietti è intero 18 euro, under 28 10 euro. Regia e coreografia: Michela Lucenti
Drammaturgia: Michela Lucenti, Emanuela Serra, Maurizio Camilli
Collaborazione musicale: Daniele Boccardi e Ambra Chiarello
Assistente alla regia: Francesco Gabrielli
Assistente alla coreografia: Alessandro Pallecchi Arena
Costumi: Giulia Spattini
Luci: Stefano Mazzanti
Cover: Stella Capelli

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