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“LA POESIA NON È UNA COSA PER GIOVANI”: LA «CROCIATA POETICA» DI CHRISTIAN OLCESE TRA PAROLE, MUSICA E IRONIA. L’INTERVISTA
In scena a Palazzo della Meridiana giovedì 5 giugno l’opera a quattro mani scritta con Massimo Olcese che riflette sul lato giovane e pratico che la poesia può avere nelle nostre vite
di Giorgia Di Gregorio
GENOVA – Un poeta sul palco, ma non da solo. Con lui, le sue due anime: una recita, l’altra suona. In mezzo, il pubblico, traghettato con leggerezza verso una poesia viva, contemporanea, ironica e sorprendentemente quotidiana. È questo lo spirito del nuovo spettacolo di Christian Olcese e Massimo Olcese “La poesia non è una cosa per giovani”, che si presenta come un atto d’amore – e d’irriverenza – nei confronti della poesia. Tra monologhi, gag e suoni, si compone un racconto in bilico tra profondità e leggerezza, capace di interrogare il presente con il sorriso sulle labbra.
Aspettando la messa in scena dello spettacolo del 5 giugno alle 20.45 a Palazzo della Meridiana, GOA Magazine ha incontrato il poeta e regista Christian Olcese per una conversazione sul presente della poesia, come essa dovrebbe integrarsi nella vita di tutti i giorni, soprattutto dei giovani.
Presentati al pubblico di GOA e spiegaci un po’ il tuo spettacolo: da dove nasce e cosa ti ha spinto a scriverlo?
Essenzialmente io sono un regista e un poeta, principalmente faccio film e documentari, scrivo anche libri. Ho avuto l’esigenza di scrivere questo nuovo spettacolo insieme a un pilastro della nostra comicità perché volevo dare voce anche alla mia parte “estetica”, nel senso si metterci la faccia direttamente. Ne è uscito fuori questo spettacolo che ha anche un titolo provocatorio: “La poesia non è una cosa per giovani”. Io spero possa esserlo e quindi l’opera gravita un po’ intorno ab questo provare a far riscoprire la poesia, e non solo quella scritta (ecco perché non è un reading poetico). Spero comunque di far ritrovare la poesia, che c’è, c’è nel mondo e che spesso non si vede e che si fatica a vedere. Ecco questo è un po’ il significato: viviamo in un mondo sempre più automatico, sempre più veloce, c’è un po’ questa corsa al successo. In questo spettacolo provo a far riflettere sul fatto che si può trovare poesia in tutto quello che si fa, basta saperla guardare.
Sul palco insieme a te ci saranno le tue due anime: la musica e la recitazione. Cosa rappresentano per te e come interagiranno con lo spettacolo?
Io porto in scena me stesso e ci metto proprio la faccia proprio come Cristian, col mio nome. E poi al pubblico presento queste due parti di me che entrambe si chiamano Christian che sono appunto, Ettore Scarpa, che è questo attore torinese, e Simone Arnardi che è un musicista invece sanremese. Uno è la parte istintiva, la musica, quella che arriva spesso a darmi una mano quando sono nei momenti più difficili, mentre invece l’altro, l’attore, è la mia parte vanitosa, ma anche la mia parte pratica, nel senso che il poeta spesso vive un po’ con la testa tra le nuvole, sempre in questo mondo ideale che ci si costruisce per vivere. Lui (l’attore) invece è la parte un po’ più pratica che mi ricorda che per vivere bisogna fare anche i soldi. E questa è anche la mia parte vanitosa. Quindi si forma un bel dialogo tra me e queste mie due anime, si creano anche tante gag, tanti momenti comunque comici, sennò poi diventa troppo pesante. Ci sono anche momenti intimi, monologhi miei personali sulla vita, su che cosa significa oggi innamorarsi, c’è un monologo che io chiamo “Momento politico” che prova a fare politica nel senso più alto del termine, nel senso di polis, cerco di dire quello che non mi piace del mondo, una specie di critica velata a quello che vedo, che non mi piace. E si prova comunque ad avere anche un tono comico per far sì che la poesia possa diventare popolare, ecco perché è un’arte che viene vista specialmente per vecchi, spero e provo a renderla un po’ più giovane avendo trent’anni quasi.
La poesia è dunque per te uno strumento per esprimere se stessi e ciò che si pensa, ha quasi un valore terapeutico. Come ci può salvare?
Penso che se imparassimo a vedere il mondo in chiave poetica, tutto possa essere più naturale, spesso sottovalutiamo questi aspetti. C’è un momento poetico in cui dico “tutti quanti camminano sempre con la testa china, guardando il telefonino e non si rendono conto di quello che li circonda, anche se un forte vento primaverile non passa e chissà quando tornerà”. Si prova a mettere il focus su quelle cose che spesso non si vedono o si fanno faticano a vedere perché siamo sempre occupati a raggiungere qualcosa. Invece ogni tanto si può stare anche fermi.
Cosa ci si può aspettare da questo spettacolo?
Questa sarà la quinta data, quindi abbiamo un pochino già rodato. Vedo che la gente che viene ride, si commuove. È bello perché poi spesso i commenti che mi arrivano sono “grazie per averci fatto ridere, ma anche molto riflettere su che spesso sottovalutiamo”. Anche il fatto che ci sia un musicista che suona questa chitarra elettrica è un accostamento comunque inconsueto per portare l’idea che non esiste una cosa più poetica di un’altra. C’è una forte relazione col pubblico, io parlo tanto col pubblico perché voglio capire da chi viene a vedere lo spettacolo quanta poesia riescono a vedere in questo mondo. È bello anche il confronto, si rompe spesso questa quarta parete. Non è uno spettacolo teatrale del tipo palcoscenico, platea, attore sul pulpito: c’è proprio questa necessità di parlare col pubblico per far sì che esso possa interagire e “diventare” anche parte dello spettacolo stesso.
Qual è il messaggio che vuoi lasciare al pubblico in sala alla fine del tuo spettacolo?
La mia è un po’ una crociata poetica, vado controcorrente. Io potrei fare tante altre cose, e ho un sacco di persone che mi spingono a fare altro, però io credo tanto in quest’arte e spero che possa diventare un po’ più popolare. Non mi piace come viene trattata perché spesso prendo parte a manifestazioni poetiche e proprio lì mi rendo conto che è un’arte per vecchi. Chi organizza certi festival vede la poesia solo in quella chiave lì, opulenta, di grande sfarzo, c’è una grande ricerca di un passato, però brutto, pallido. Invece secondo me è giusto parlare di poesia ma in modo così, onesto, di pancia. Non mi voglio mascherare dietro nessuna figura o ruolo: io provo ad essere Christian che parla di cose a lui care. Non ho velleità attoriali finora, quindi preferisco non fare quello che gli altri fanno, preferisco portare Christian sul palcoscenico e provare a parlare di quello che mi preme. Uno dei messaggi chiave è accettarsi, provo attraverso quest’arte ad accettare me stesso, spero che gli altri possano accettarsi. Spesso questa società porta ad essere diversi da quello che si è, invece secondo me la vera fortuna è quella di riuscire a trovare se stessi interamente, perché noi poi siamo quello che siamo, quindi non nascondersi, non filtrare. È molto complicato per me fare questo spettacolo perché metto a nudo veramente la mia persona, però è bello e sento che possa essere utile per gli altri.
Per maggiori informazioni e dettagli sullo spettacolo visita il sito:
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Il direttore responsabile di GOA Magazine è Tomaso Torre. La redazione è composta da Alessia Spinola. Il progetto grafico è affidato a Matteo Palmieri e a Massimiliano Bozzano. La produzione e il coordinamento sono a cura di Manuela BiaginiMessaggi correlati
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